Ha fatto bene Pino Arlacchi a mettere in guardia Antonio Di Pietro dal dare credito ai racconti fantapolitici di Massimo Ciancimino e dal non immaginare che un eccesso di fandonie serve solo a screditare il fenomeno del pentitismo. Già che si trovava a dare consigli al presidente del proprio partito, l’eurodeputato dell’Italia dei Valori avrebbe fatto altrettanto bene a far ragionare Di Pietro sull’esatta natura della conclusione del congresso dell’Italia dei Valori. Tutti hanno rilevato che l’assise nazionale dei giustizialisti italiani si è conclusa con la clamorosa vittoria dell’ex Pm di Mani Pulite. Che in un colpo solo ha saldato l’alleanza con il Pd di Bersani acclamando la candidatura di Vincenzo De Luca in Calabria e si è sbarazzato del rivale Luigi De Magistris emarginandolo insieme ai vari Genchi e Barbato. Ma nessuno ha rilevato che l’apparenza spesso inganna. E che dietro l’acclamazione a presidente da parte dei delegati, che sembra aver sancito l’ennesimo trionfo interno del padre-padrone dell’Idv, si nasconde la possibilità di una incredibile vittoria di Pirro. Di Pietro non si è limitato a compiere l’operazione politica scontata, in vista delle regionali di marzo, dell’alleanza con il Partito Democratico. Ha anche voluto esporre come simbolo concreto di questo asse privilegiato il sostegno al sindaco di Salerno, De Luca. A dispetto delle numerose inchieste della magistratura a cui l’esponente del Pd campano è sottoposto, in barba del principio-cardine dell’Idv secondo cui nessun inquisito può essere candidato ed alla faccia del proprio avversario interno Luigi De Magistris deciso a fare dell’opposizione alla candidatura di De Luca il principale elemento di distinzione e di opposizione a Di Pietro. Ma che succederebbe se De Luca, cioè il simbolo dell’alleanza tra l’Idv ed il Pd proiettata verso la formazione di uno schieramento di centro sinistra votato all’alleanza di governo alternativa al centro destra, dovesse essere sconfitto? Ed, in particolare, quale nuovo scenaro si aprirebbe all’interno dell’Idv se a determinare l’eventuale sconfitta di De Luca dovesse concorrere l’astensione o l’ostilità dichiarata di quell’area di giustizialisti duri e puri che si ritrova sulle posizioni di De Magistris, di Paolo Flores d’Arcais e dei vecchi girotondini alla Pancho Pardi?
La risposta è dunque molto semplice. Di Pietro ha vinto il congresso. Ma ha creato le condizioni per la rivincita immediata di De Magistris e della linea di opposizione ad oltranza senza vocazioni governative di sorta che l’ex Pm campano rappresenta. La partita all’interno dell’ultra sinistra giustizialista non è affatto terminata. Anzi, è ancora tutta da giocare. Perché il Presidente dell’Idv può anche pensare di consolidare il proprio partito partecipando a fianco del Pd al governo di qualche regione. Ma sa bene che questa scelta di testa non è affatto condivisa dalla pancia della proprio base. Che in nome della virtù e della purezza teme come la peste l’eventualità di contaminarsi con il partito ispirato da Massimo D’Alema che punta all’alleanza con i peccatori dell’Udc di Pierferdinando Casini. Naturalmente se De Luca dovesse spuntarla, Di Pietro avrebbe facile gioco nel continuare a tenere ai margini De Magistris e l’ala più fondamentalista. Per questo il rischio dell’ex Pm di Mani Pulite è adesso molto più alto di prima della celebrazione del congresso. Ha messo la propria testa nelle mani del concorrente più diretto. E se quest’ultimo dovesse decidere di tagliarla boicottando la corsa elettorale del sindaco di Salerno, non avrebbe alcuna possibilità di impedire la decapitazione. Certo, esiste sempre la possibilitàè che De Magistris accetti la sconfitta congressuale senza alcun tipo di reazione. Ma è credibile che un personaggio della sua stoffa non applichi la regola delle sue parti secondo cui au un brigante va contrapposto un brigante e mezzo?

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