09 Febbraio 2010 - Interni
EDITORIA
Battaglia decisiva sui finanziamenti

Approda al Senato l’emendamento per prorogare di un biennio l’entrata in vigore della legge che vorrebbe tagliare i finanziamenti a giornali di partito e cooperative

Qui non ci sono di mezzo solo le solite mille proroghe né posti di lavoro clientelari negli enti locali, sub mangiatoia della casta. No, la cosa riguarda ben 4mila posti di lavoro. Di giornalisti professionisti. Ieri al Senato in Commissione affari costituzionali e dopodomani a quella programmazione e bilancio approderà infatti l’emendamento bipartisan per prorogare di un biennio l’entrata in vigore di quella strana norma di legge voluta in finanziaria da alcuni troppo solerti funzionari e sottosegretari della presidenza del consiglio, quelli che vediamo sempre in tv ma non sempre per buone ragioni, che vorrebbe non solo tagliare i contributi all’editoria di partito e cooperativa ma soprattutto eliminare il concetto giuridico di “interesse soggettivo”. Onde diventerebbe molto difficile trovare banche che si fidino a fare le anticipazioni sul fido accordato per il contributo stesso. In pratica un dispetto.  Ogni anno di questi tempi basta farsi un giro su internet per vedere e constatare di persona come il dibattito di questo paese in crisi si incarta su questi risparmi fittizzi che sarebbero rappresentanti dal taglio di una decina o ventina di milioni di euro di contributi a giornali di partito e cooperative. Come se contribuire al mantenimento del livello occupazionale fosse una cosa qualunque. Senza però mai toccare le colossali prebende che lo stato fa ogni anno a gruppi quotati in borsa come “Il sole 24 ore”, “Repubblica - L’Espresso”, “Mondadori”, “Rizzoli Rcs” e compagnia cantante. In quel caso evidentemente pesa il potere deterrente di quei gruppi editoriali e di quelle testate che li compongono nei confronti delle maggioranze di governo che via via si succedono in Italia. Purtroppo sullo schema di decreto del Presidente della Repubblica recante “Misure di semplificazione e riordino della disciplina di erogazione dei contributi all’editoria”, siamo ancora al classico “caro amico”. Non si è voluto inserire la norma nella finanziaria per dare un contentino agli abolizionisti alla Di Pietro (con la stessa logica con cui ci si mette sotto i piedi il garantismo in nome di un malinteso senso di lotta alla mafia che poi porta agli effetti Ciancimino junior) e a quelli che si dilettano ogni giorno con la demagogia anti finanziamento pubblico ai giornali.

Salvo poi farsi finanziare le proprie fondazioni alla stessa maniera. Ora siamo al parere del relatore Giuseppe Esposito, nella commissione programmazione e bilancio, per dare il via libera alla relativa copertura. Il parere, essendo stato presentato l’emendamento in questione praticamente da tutti i gruppi con rappresentanza parlamentare, è ovviamente positivo. Ma alcuni rumors di corridoio sottolineavano la possibilità che il parere negativo lo dia il governo, magari pro forma. Se tutto invece filasse liscio, l’entrata in vigore del tetto ai contributi all’editoria potrebbe slittare di due anni, consentendo a giornali di partito, imprese giornalistiche cooperative e no profit di ricevere ancora le risorse che la Finanziaria 2010 prevedeva dovessero essere erogate “nel limite dello stanziamento” iscritto nel bilancio della presidenza del Consiglio. L’emendamento bipartisan al decreto legge milleproroghe presentato in commissione Affari costituzionali del Senato porta la firma dei senatori Roberto Mura (Lega), Alessio Butti (Pdl) e Vincenzo Vita (Pd). Esso impegna anche “il Governo a presentare, entro 6 mesi dall’entrata in vigore della presente legge, un disegno di legge di riforma dei contributi all’editoria, finalizzato a introdurre norme di maggior rigore nei criteri di accesso e di assegnazione dei contributi, atte a ridurre il fabbisogno necessario per far fronte a questo impegno di tutela del pluralismo”. Ciò, come si legge nel testo “al fine di ristabilire in modo pieno il carattere di diritto soggettivo ai contributi diretti all’editoria, garantendo al contempo una riduzione dei relativi oneri dello Stato”. Domenica proprio il “manifesto”, che tra le cooperative che editano quotidiani è una delle più gloriose, anche se la testata più antica esistente che si sia trasformata in cooperativa è senza dubbio “L’opinione” (essendo stato il quotidiano fondato da Camillo Benso conte di Cavour di cui fra l’altro si celebra quest’anno il bicentenario della nascita) lanciava l’allarme a tutti i colleghi perché si faccia pressione sul governo affinchè venga abrogato questo assurdo comma 62 dell’articolo 2 della finanziaria appena approvata soprattutto per quel che riguarda il concetto di “diritto soggettivo”. In questa battaglia, come è chiaro, conta poco la provenienza politica e sarà bene mettere da parte la spocchia e la faziosità: qui non solo “si parrà la nobilitade” di chi lavora in questo settore che dà appunto uno stipendio a 4 mila giornalisti, ma si giocherà anche una partita in cui “simul stabunt, simul cadunt”. Non è il caso di mettersi a fare il giochino su chi merita di più questi finanziamenti. E’ chiaro che il settore va riordinato e che esistono situazioni al limite della truffa, ma non è questo il momento di ripicche.

 

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