19 Gennaio 2010 - Giustizia
SCARCERAZIONI
Ali Agca e i 40 creduloni

Ieri è tornato libero l’attentatore del Papa, che ricomincia da dove aveva finito: “Io sono Gesù eterno, la Trinità non esiste”. Ma intanto ci sono per lui ricchi

contratti per film ed interviste

Ha ricominciato da dove ci aveva lasciato prima del lungo periodo detentivo (27 anni) che lo avrebbe atteso: ieri Ali Agca, appena uscito dal carcere turco con la prospettiva di una vita da nababbo, contratti già firmati per oltre due milioni di euro tra sceneggiature di futuri film, stesure di possibili libri e interviste esclusive del caciocavallo, ha ribadito che lui “è Gesù Cristo”, che “il mondo finirà entro questo secolo” e che lui è stato solo un “martire del volere di Dio”. O di Allah, visto che Alì Agca nasce mussulmano. Insomma sembra la storia di “Alì Agca” e “i 40 creduloni”, per non dire peggio, intesi come tutti coloro (in realtà sono molti di più) che gli hanno dato retta dal 1981 a oggi. A dire il vero c’è stato un tempo che ebbe persino l’onore di una visita in carcere da parte della sua mancata vittima, cioè l’indimenticabile e indimenticato Pontefice Giovanni Paolo II, ma quella fu una visita di perdono. Non una delle tante aperture di credito che i sistemi giudiziari di ben tre paesi, Italia, Vaticano e Turchia, gli hanno concesso negli ultimi due decenni, alimentando anche pericolose leggende metropolitane sui retroscena “vaticani” del rapimento successivo di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, le due ragazze scomparse nell’inizio dell’estate 1983 a poche settimane l’una dall’altra e mai più tornate a casa. Libri di dietrologi come David Yallop all’epoca ipotizzarono di tutto: da che la Orlandi fosse stata l’amante dell’arcivescovo Paul Marcinkus a che lo fosse stata dello stesso Papa. Poi sono arrivate le rivelazioni di altri pentiti da psichiatria forense come quelli della Banda della Magliana che anche recentemente hanno riaperto la pista Marcinkus. Tanto quello è morto da un pezzo e non potrà mai difendersi nel merito con efficacia. Chi scrive non potrà dimenticare mai quei giorni del luglio 1981 quando si aprì davanti alla prima corte di assise di Roma, presieduta dal mitico Severino Santiapichi, che già nei due mesi precedenti si era sorbito l’inizio del primo processo contro la colonna delle Br che aveva rapito Moro qui a Roma nonché quello all’autonomia organizzata di Toni Negri e Franco Piperno. Allorché Agca venne introdotto in aula c’erano le telecamere di mezzo mondo anche se internet e i telefonini ancora non esistevano. Si comunicava lo stesso però e in breve le sue dichiarazioni fecero il giro del mondo: “. . . io sono Gesù Cristo. . . sono venuto a compiere una profezia. . . il mondo finirà presto”. Ricordo nitidamente la faccia di Santiapichi, a dir poco contrariata (all’epoca fra l’altro la politica era molto più laica e alle crisi mistiche credevano ben pochi, figuriamoci a questo tipo di sceneggiate) . Credo che se avesse potuto gli avrebbe mollato un sonoro ceffone, tanto era chiaro l’intento ingannatorio dell’uomo che aveva davanti. Fatto sta che si andò avanti per una buona mezz’ora con questa farsa del “. . . io sono Gesù Cristo. . . ”, che era il mantra con cui Agca rispondeva a tutte le contestazioni.

Risultato finale? Un ergastolo con isolamento diurno di anni uno. Cui seguirono ben 27 anni di carcere tra l’Italia e la Turchia dove Agca era stato estradato nella metà degli anni ‘80 per rispondere dell’omicidio di Abdi Ipekci, avvenuto l’1 febbraio 1979. Cioè del giornalista e direttore del quotidiano liberale “Milliyet”. Se da un lato si può dire che Agca sia tutto sommato una testimonianza della certezza della pena anche in Italia, e non sono pochi gli ergastolani che si sono fatti 27 anni di galera filati senza mai un giorno di permesso, l’epilogo grottesco della sua vicenda appare invece, dall’altra, come l’ennesimo segnale dei pericoli della sovra esposizioni mediatiche dei protagonisti dei fatti di sangue. Tanti infatti si lamentano che la gente non sconti per intero la propria pena e che si vanifichi l’aspetto di deterrenza implicitamente rieducativo delle condanne penali. Ma esiste anche un rischio più concreto e difficilmente ovviabile: che certi crimini alti sonanti rendano a chi li compie in termini di notorietà, soldi per esclusive, libri, film e quant’altro più di quanto non gli abbiano già reso in termini di pagamento dell’omicidio stesso da parte della committenza. Non c’è dubbio infatti che Alì Agca era solo un miserabile killer a pagamento della mafia turca e dei “Lupi grigi”, che dirigevano il traffico di eroina tramite i Balcani nel resto d’Europa. E non c’è dubbio che a lui sparare a un Pontefice abbia portato più vantaggi che problemi: ad esempio grazie alla misericordiosa intercessione di Giovanni Paolo II ha evitato la sicura condanna a morte che lo attendeva in Turchia per l’uccisione del suddetto giornalista. Poi è stato coccolato da tutte le tv del mondo che si aspettavano un’improbabile rivelazione sulla “pista bulgara” e sui mandanti sovietici dell’attentato al Papa e che invece hanno avuto in cambio dei loro soldi solo deliri mistici. E infine oggi quest’uomo esce dal carcere ricco come se avesse vinto al Superenalotto. Mai come per lui vale il triste adagio dei film di Humphrey Bogart tratti dagli immortali racconti di Raymond Chandler con protagonista il detective Marlowe: “il crimine paga”. Ammazza se paga!

 

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