09 Ottobre 2009 - Società E Cultura
LA “TETRALOGIA” DI REGIANA QUEIROZ

Regiana Queiroz è una giovane regista brasiliana trentatreenne sconosciuta ai più ma molto apprezzata nel circuito dei cortometraggi e del cosiddetto “underground”. “L’Opinione” ha avuto la possibilità di esaminare la sua “Tetralogia”, che consiste in quattro episodi da 14 minuti l’uno che in realtà sono altrettanti capitoli con molti protagonisti di un discorso non interrotto. Si tratta di un’opera prima in cui i personaggi sono sempre spiati attraverso un riflesso con le diverse vicende intrecciate tra loro da un’unica grande contrapposizione dialettica che da sempre domina la psiche umana: la pulsione alla vita e la pulsione alla morte. Detto questo adesso una premessa: contrariamente ad altre opere cervellotiche di giovani come questa ragazza, che dichiara di fare cinema perché “come diceva Majakoskij, è la logica conclusione di tutta l’arte moderna, e un bravo regista deve avere pathos e tanta tanta paura della morte”, questi cortometraggi non spaccano i cosiddetti ma anzi sono girati con il ritmo e il piglio del cinema vero. Non a caso spopolano sul circuito semi amatoriale di internet e nei cineclub milanesi in cui sono proposti anche attraverso il social network Facebook. Partiamo dal primo, “Billie Holiday canta per Che Guevara”. In esso sono protagoniste due coppie, apparentemente molto distanti: la prima, più giovane, composta da due ex innamorati, la seconda, più matura, da due sposi. In realtà le rispettive routine sono molto simili. Il filo comune che lega le narrazioni parallele e incrociate è “il sogno di una donna che ama”. Un divano bianco sulla sabbia, il vento soffia lontano frammenti di amori antichi, di amanti sepolti. Un amore annoiato, ma che sopravvive alle fiamme. Insomma un “frammento di un discorso amoroso” mai interrotto. Il secondo episodio, che si intitola “Finito di Piangere”, narra il dolore di un padre orbato dalla sorte del giovane figlio e della conseguente ricerca di quell’universo ormai finito. Il pianto diventa meditazione e soliloquio e le prime lacrime che sgorgano davanti a un albero, un salice spoglio che dev’essere morto, colorano tutto di simbolismo. Il vero gioiellino però è il terzo capitolo, girato con il cinismo degli operatori del porno, e che si intitola “loversecommerciale;fuckers”.

Sembra un cammeo tratto da un qualche racconto di Charles Bukowski in cui, in una realtà marginale e violenta, si incontrano, anzi si scontrano, la cruda realtà di uno spacciatore, quella psicologicamente in soggezione di una prostituta tossica e la più dignitosa, ma non meno sofferente, realtà di una giovane alto borghese. In cerca di emozioni forti. Sono i “miti d’oggi”, per citare ancora Roland Barthes, e le riflessioni del cortometraggio della Queiroz impressionano sia per la loro profondità sia per il ritmo che, come si ribadisce, non è quello di un sonnolento cineclub dove viene spacciata per avanguardia la roba noiosa e inguardabile. Infine il quarto episodio della “tetralogia”, che si chiama “Dal coccige fino al collo”, è una vera e propria sorpresa, perché vengono ripresentati i protagonisti degli altri cortometraggi, riuniti in occasione di un funerale. Dove si capiscono alcuni particolari dei precedenti episodi rimasti molto poco delineati. “Niente nell’universo è come appare”, come diceva in una canzone anche il famigerato Franco Battiato, e in questa “Tetralogia” c’è la celebrazione di questo assunto. Amore e morte vengono coniugati come nel noto binomio freudiano e dall’uno può nascere l’altra o viceversa. Speriamo che tra tanti finanziamenti del Fondo unico per lo spettacolo dati a raccomandati, a gente che non lo merita e a cialtroni di varia specie, qualcuno prima o poi si ricordi anche di Regiana Queiroz e le dia i soldi e il credito morale necessari per il suo primo lungometraggio. Questa giovane cresciuta nell’atelier artistico della madre a San Paolo del Brasile (e che in Italia studia alla Scuola Civica di Cinema a Milano e oggi è alla testa della casa di produzione “3boludosy1perro”, girando cortometraggi, videoclip e documentari) merita un aiuto in più di quello che si regala pronta cassa ai soliti noti. Come, tanto per fare un esempio, i tanti allievi ideologizzati dei vari Nanni Moretti e compagnia cantante.

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