26 Febbraio 2010 - Esteri
Parla Carlos Carralero, Unione per le Libertà a Cuba
Disinformazione dall'Avana

Orlando Zapata Tamayo dissidente cubano, 42enne, martedì scorso è morto in carcere dopo uno sciopero della fame iniziato i primi giorni di dicembre scorso. Su tutti i giornali si legge che la sua morte è la prima dal 1972, dopo quella del più celebre dissidente Pedro Luis Boitel, poeta immortalato dalle memorie del suo compagno di prigionia Armando Valladares. Invece, in un documento che è stato inviato a L’Opinione dall’associazione di esuli Unione per le Libertà a Cuba, risulta che dopo Boitel, altri tre dissidenti siano morti in carcere in seguito a uno sciopero della fame: Olegario Charlot Spitela (morto il 15 gennaio 1973), Enrique Garcia Cuevas (23 maggio 1973), Reinaldo Cordero (21 maggio 1975). Orlando Zapata è dunque la quinta vittima per sciopero della fame in meno di 40 anni, a testimonianza della durezza delle carceri nel “paradiso comunista”. Non è affatto detto che sia deceduto “solo” a causa della sua protesta estrema. E non è detto che le vittime per fame e sete siano solo cinque, perché, secondo l’Associazione di Plantados, fondata dall’ex prigioniero Angel De Fana, vi sono altri prigionieri morti per mancanza di cure, in seguito a maltrattamenti, durante scioperi della fame intrapresi per protesta. Benché l’informazione circoli più rapidamente e la censura riesca meno a frenarla, c’è ancora molta disinformazione sotto il cielo de L’Avana. Ne abbiamo parlato con il presidente dell’Unione, lo scrittore e poeta Carlos Carralero.

Dottor Carralero, i dissidenti esuli a Miami e la madre di Orlando Zapata parlano di omicidio vero e proprio e non di suicidio per fame.

Sì, il direttore del carcere di Camaguey, che si chiama Filiberto Hernandez Luis, ha negato l’acqua al prigioniero per 17 giorni durante lo sciopero della fame. Questa misura ha aggravato la sua situazione: quando Zapata è stato ricoverato, i suoi reni erano compromessi. Era praticamente disidratato, come nel caso di Luis Boitel. E’ vero che hanno cercato di salvarlo all’ultimo minuto, trasferendolo da Camaguey all’ospedale de L’Avana. Ma avrebbero dovuto ricoverarlo lì almeno una settimana prima, se avessero voluto aiutarlo. Le sue condizioni di salute erano già precarie prima ancora che iniziasse lo sciopero della fame. Uno dei motivi della sua protesta, infatti, erano i continui maltrattamenti subiti dai secondini. Ad ottobre era stato picchiato, aveva lesioni interne per cui era stato operato nell’ospedale del carcere. Psicologicamente era demoralizzato: è entrato in carcere nel 2003 con una condanna di 3 anni. E nel corso della sua detenzione, ha accumulato pene per 36 anni di carcere da scontare. Per “vilipendio al comandante supremo”.

Per quali motivi si può essere condannati per “vilipendio”?

Orlando Zapata Tamayo era un muratore, non un intellettuale. Non ha sfidato la legittimità di Castro con poesie o opere di letteratura dissidente. In prigione è stato condannato solo perché urlava “Abbasso Fidel”. La parola “Fidel” è un tabù a Cuba, anche per i cittadini “liberi”. Chiunque lo nomini deve guardarsi le spalle, perché basta pochissimo, solo un accenno di critica, per subire una denuncia di vilipendio.

Nei precedenti casi di dissidenti morti in carcere per sciopero della fame, c’era stata una mobilitazione internazionale di protesta?

No, adesso l’informazione è molto migliorata, prima le cose si sapevano a distanza di mesi o di anni. Adesso ho saputo per telefono della morte di Orlando Zapata Tamayo un’ora dopo che questa era avvenuta. Ai tempi di Boitel, invece, la madre denunciava la sua morte, ma l’informazione stentava a passare. Quarant’anni fa non c’erano gruppi organizzati di oppositori, oggi sì. Nel 1972 la notizia della morte per sciopero della fame di Boitel fu tenuta talmente segreta, che un’anziana donna cubana, con cui ho avuto modo di parlare, pur avendo conosciuto il poeta dissidente a suo tempo, non ha mai saputo della sua morte in carcere. Il livello di disinformazione e di controllo della comunicazione ottenuto dal regime comunista è imbattibile!

Ora l’informazione è più libera, merito anche dei nuovi mezzi (cellulari, palmari, blog e social network). Ma c’è una reazione dell’Ue?

Fino ad ora non c’è alcuna manifestazione, alcuna condanna, alcun segnale dell’Unione Europea, per aiutare la dissidenza cubana o condannare l’azione del regime. Dal 2008 l’Ue ha ritirato le sue sanzioni (già molto lievi), che erano state imposte dopo l’ondata di repressione del 2003. A dicembre noi abbiamo mandato una lettera all’Ue, cercando di contattare eurodeputati per sensibilizzarli sulla condizione dei dissidenti a Cuba. Non abbiamo ottenuto in risposta alcuna presa di posizione ufficiale da parte delle istituzioni europee, anche se alla lettera diversi europarlamentari hanno risposto personalmente. Mi sembra un atteggiamento vergognoso da parte della nostra grande democrazia europea.

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