L’Era della decadenza nel libro di Gambescia

“Passeggiare tra le rovine – Sociologia della Decadenza” (Edizioni “Il Foglio”, Piombino 2016, 201 pagine, 14 euro). Di libri come questo di Carlo Gambescia se ne sente il bisogno. E ciò per due ragioni: la prima è l’evidenza che l’Italia, l’Europa e l’Occidente (cioè la civiltà, a seguire Toynbee, della cristianità occidentale) sono in decadenza; e quindi è opportuno prenderne coscienza e, se possibile, porvi rimedio. La seconda è che, per il contrasto tra concezione ciclica della storia (di cui fanno parte decadenza e/o declino) e quella, conclamata, del progresso, c’è un conflitto insanabile. E quest’ultima è condivisa dalle classi dirigenti contemporanee le quali si propongono quali sacerdoti delle “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità o, più modestamente, del popolo italiano. E quindi non hanno nessun interesse a suscitare o anche solo tollerare dubbi sul di esso armamentario ideologico.

Scrive l’autore che per investigare la decadenza occorre servirsi delle costanti (o regolarità) politiche “di quello che può essere definito il sociologicamente immutato: ciò che si ripete con regolarità o costanza e quindi può essere ragionevolmente previsto non nei precisi contenuti storici ma come ripetersi di forme” (pag. 21). E così, sulla scorta di gran parte del pensiero storico e filosofico (da Platone e Polibio a Pareto ed Aron), le società umane (e le loro realizzazioni) hanno un ritmo ciclico di nascita, maturazione, decadenza (a ridurlo all’osso). All’interno delle concezioni contrapposte (ciclicità/progresso) vi sono ulteriori suddivisioni tra chi identifica alcuni fattori del declino (esclusivi o principali/secondari); tra chi distingue le cause della decadenza e anche le sue determinanti. Gambescia ricorda le “determinanti sociologiche” fatte proprie dai principali pensatori, in riferimento a quello che è il più frequentato processo di decadenza: quello dell’Impero romano d’occidente: la “determinante istituzionale” di Machiavelli, quella “corresponsiva” di Vico, quella “polemologica” di Montesquieu e l’altra “dimensionale” di Gibbon. Sulla base della “cassetta degli attrezzi” (ossia degli strumenti cognitivi per indagare – oggettivamente – la decadenza, esposti nel quarto capitolo), l’autore s’interroga se c’è declino dell’Occidente (contemporaneo). A proposito del quale Gambescia formula una spiegazione sulla base del carattere peculiare delle civiltà euro-americane: la libertà e il ricco pluralismo sociale che ne consegue. Onde “la forza e debolezza del pluralismo e della libertà è nella stessa misura la forza e debolezza dell’Occidente euro-americano. Perché? Si tratta di una contraddizione che merita di essere approfondita. In qualche misura essa è intellettualmente curiosa, perché oppone Alexis de Tocqueville a Mancur Olson, un classico del pensiero liberale a un geniale scienziato sociale. Nella fase apertasi col XX secolo il pluralismo, l’associazionismo, l’autonomia sociale che Tocqueville indicava come un fattore di crescita collettiva, si è convertito nel contrario; e così secondo Olson i gruppi sociali organizzati per interessi in uno Stato “sociale” operano all’inverso. La società diventa l’immenso teatro dell’interazione cooperativa, competitiva, conflittuale di tutti i gruppi o “coalizioni distributive”, come le definisce Olson, volte a contendersi quote distributive del prodotto sociale (pubbliche e/o private) sempre più ampie a prescindere dall’interesse o fine comune alla società nel suo complesso (come insieme di individui e gruppi)”. Cioè il pluralismo sociale genera “coalizioni distributive” di gruppi volti a massimizzare il proprio interesse corporativo a detrimento di quello generale. Una delle conseguenze è che l’attitudine a soddisfare gli interessi di gruppo diviene determinante per conseguire e ottenere posti di responsabilità (pubblici soprattutto). Le società contemporanee occidentali connotate dal coalizionismo distributivo, che non porta più la crescita, o crescita modesta, decadono (lentamente) perché, nella fase attuale, non riescono a destare lo spirito faustiano del capitalismo vintage.

L’autore conclude che nella crisi attuale “la contraddittoria prassi sociale delle ‘coalizioni distributive’, i crescenti processi di irrigidimento, semplificazione, subordinazione, frammentazione politica e sociale, uniti al rischio diffuso di non riuscire più a riconoscere il nemico, non sono fattori ben auguranti. Comunque sia come si spera di aver provato, ammesso e non concesso che la decadenza sia in fase avanzata, la fine del mondo non è per domani”.

In margine a un libro così attento ed esauriente due considerazioni del recensore. La prima: se è vero che cause, spiegazioni e fattori della decadenza sono tanti, e che bisogna espungere (per quanto possibile) i giudizi di valore, forse un criterio (principale ma non esclusivo) per giudicare se una comunità è in decadenza è rifarsi alle definizioni di “potenza” e “potere” di Max Weber. Scrive il grande sociologo che la potenza è “qualsiasi possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche di fronte ad un’opposizione, la propria volontà, quale che sia la base di questa possibilità” e il potere consiste ne “la possibilità di trovare obbedienza, presso certe persone, ad un comando che abbia un determinato contenuto”.

Ad applicare queste definizioni allo stato di decadenza sociale (in primo luogo, quindi, istituzionale) le società in decadenza sono quelle in cui si riducono sia la potenza che il potere. La seconda: un profondo giurista come Hauriou scriveva che i fattori di decadenza sono lo spirito critico e il dominio del denaro (in termini contemporanei: il relativismo e l’economicismo). Ma ad ogni epoca di decadenza segue una di ripresa (come pensano tutti i sostenitori del pensiero ciclico). Per cui alla fine del declino non c’è il Ragnarǫk: c’è solo un’alternanza tra epoche (istituzioni, classi dirigenti, regimi) di decadenza e di crescita. Onde, aggiungiamo noi, il peggio che si possa fare, quando la decadenza è avanzata, è difendere lo status quo, magari con accenti lirici e nostalgici: si allunga la decadenza e si ritarda la rinascita.

Per cui la migliore cosa possibile per la/e decadenza/e è accompagnare le classi dirigenti a quel cimitero di oligarchie che, a giudizio di Pareto, è la storia. E questo libro è una buona lettura per associarsi al corteo funebre.