L’utopia del Rinascimento

Un aforisma, un commento - “C’è chi immagina un’isola felice non solo nello spazio ma anche nel tempo. Tuttavia, si tratta quasi sempre di una mera illusione. Anche pericolosa, come guidare un’automobile guardando solo nello specchietto retrovisore”.

Nei momenti di crisi o, comunque, di transizione, c’è sempre chi indica qualche fase storica precedente cercando di trasformare la nostalgia in qualche progetto di concreto ripristino. Il Rinascimento, sul piano culturale e artistico, aveva come riferimento l’età classica, inclusi i miti la cui allegoria era spesso congeniata per esaltare le Signorie del tempo, mentre la nuova visione dell’uomo e della natura aprivano prospettive del tutto inusitate sul piano scientifico e tecnico. Nazismo e fascismo, sul piano politico, guardavano al Sacro Romano Impero, alla saga dei Nibelunghi o alla Roma Imperiale.

È di questi giorni una nuova proposta, che i futuristi avrebbero definito “passatista”, ad opera di due autori, Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti, i quali forse rifiuterebbero di essere dipinti come laudatores temporis acti pur essendolo di fatto. Il libro da loro firmato, e il movimento politico che stanno fondando, indicano il Rinascimento come modello da riproporre per ridare slancio alla cultura e alla politica italiane, ambedue annebbiate e smorzate dai processi globalizzanti in atto nonché dalla pochezza delle attuali classi dirigenti. Per certi versi, la pars destruens della loro presentazione coglie problemi effettivi mentre la pars construens, focalizzata più che metaforicamente sul Rinascimento, appare decisamente debole. Anche senza scomodare le Grandi Narrazioni di Jean-Francois Lyotard, è da sottolineare che la rappresentazione del Rinascimento, che tutto il mondo ha in mente sin dai banchi di scuola, è il prodotto di una vera e propria sublimazione.

Attraverso questo processo, la realtà complessiva del Rinascimento, grazie alle straordinarie opere artistiche e scientifiche di quell’epoca, si è trasformata in un’immagine eterea di bellezza, sicuramente senza pari al mondo, ma anche molto parziale. La società rinascimentale non era affatto una società felice né invidiabile. Come ci ricorda lo storico Alexander Lee (Il rinascimento cattivo. Sesso, avidità, violenza e depravazione nell'età della bellezza, Bompiani, 2016 ), “per quanto si possa essere tentati di concepire quel periodo come un’epoca di rinascita culturale e splendore artistico [...] le sue conquiste coesistettero con realtà che è impossibile non riconoscere come oscure, turpi e perfino diaboliche. Banchieri senza scrupoli, politici venali, ecclesiastici lascivi, tensioni sociali e religiose, orridi contagi e stili di vita bizzarri ed eccessivi erano ovunque, e atrocità di ogni sorta furono commesse sotto lo sguardo impassibile delle statue poi ammirate da generazioni di visitatori”. Persino lo stupro era “…un aspetto odiosamente comune della realtà quotidiana. [...] Ancora più raggelante era l’alta incidenza di predatori sessuali che prendevano di mira le bambine”.

In definitiva, si tratta di un panorama molto simile all’attuale anche se, probabilmente, con differenze statistiche tutto sommato maggiormente a favore dei nostri anni rispetto a quelli di allora. Il punto è che, mentre da un lato sarebbe meraviglioso se potessimo davvero tornare ad un individualismo capace di esprimere le conquiste rinascimentali, dall’altro riprodurre il Rinascimento come meta, in senso lato, politica, non è affatto augurabile. Presumibilmente non c’è alcuna relazione fra le brutture sociali del periodo rinascimentale e lo splendore delle sue realizzazioni, ma non ha comunque senso indicare il Rinascimento in quanto modello come si trattasse di isolare e cogliere un fiore in mezzo alla sterpaglia. La genialità e la maestria dei grandi uomini rinascimentali, semmai, mostrano come l’individuo, quando è in grado, o si consente, di esprimere e sviluppare liberamente le proprie attitudini, generi le cose più belle ma anche le più brutte. Ed è così anche oggi.

Tuttavia, come e cosa fare per ottimizzare la creatività impedendo che, parallelamente, la libertà agevoli le opzioni più malvagie di cui è capace la natura umana, è da sempre uno dei problemi fondamentali del liberalismo e dello Stato di diritto. Un problema che nemmeno il Rinascimento ha risolto e il cui potenziale superamento dipende unicamente dall’originalità e dalla forza delle idee che siamo in grado di produrre oggi. Non ieri.