Il genio di Mozart nel monologo all’India

Qual è il “di dentro” di Mozart? Basta chiederlo alla sua parrucca, a volte. Sì, perché la magia abita il teatro. E viceversa se si vuole.

Sembra, infatti, che le due cose coincidano, qualunque ne sia l’espressione ritmica: dramma, farsa, tragedia, mito. Sembrerà strano, ma tutte queste cose sembrano impossessarsi dell’esistenza dell’individuo Mozart, così come ci rivela Giuseppe Cederna nelle vesti del geniale compositore nel suo monologo “Mozart - Il sogno di un clown”, in scena al teatro India fino al 21 gennaio. Accompagnato al piano dal maestro Sandro D’Onofrio (gradevolissima presenza che rende il quadro settecentesco perfettamente credibile e aderente), Cederna parte da lontano, in abiti borghesi un po’ dimessi, ricordando in un’introduzione decisamente un po’ troppo prolissa e ridondante, come trent’anni fa si sia trovato a essere scelto per il ruolo di Mozart da Salieri-Orsini. Ma, smessi i panni del reduce, a poco a poco con grandissima eleganza e maestria, Cederna ci introduce nel mondo incantato di Mozart bambino prodigio, poi giovane compositore e, infine, al suo tramonto precoce da idolo dell’allora star system, fino alla caduta in miseria.

Il tutto, accompagnato dalle sue più belle sonate, tutta passione amorosa, pernacchie e lettere banalmente oscene alle sue amiche e amanti, che rivelano questa sorprendente, incredibile doppia natura del genio: un po’ Ranocchio, e un po’ Principe. Un divano a forma di cabina richiama rispettivamente, con i suoi cuscini e rivestimenti di raso, l’interno di una carrozza; l’ambiente familiare, con Stanzi e sua madre; il retro di un armadio nel quale sono appese giacche, camice e pantaloni d’epoca. Su tutto, domina il turbinio di una vita fin troppo intensa, con il suo sciame ininterrotto di viaggi da un capo all’altro dell’Europa di allora, dove il Mozart bambino propone i suoi componimenti e esibizioni ai nobili locali. Un genio assoluto, che porta le armonie fin ai limiti dell’innovazione musicale, ancora oggi squisitamente moderna perché, giustamente, incisa nelle stimmate dell’immortalità.

Padre, madre e sorella. Il suo trittico familiare. La sua forza propulsiva immensa. Anche quando le due figure principali gli verranno a mancare. Lo soccorre il suo genio, che compone mentre lancia la palla per farla carambolare sulle sponde del suo biliardo. “Carambola!”: espressione taumaturgica che gli farà passare indenne lutti e privazioni, quando sarà costretto a vendere i suoi mobili, cambiare più volte casa, cadere in miseria e chiedere l’obolo di un prestito ai fratelli massoni, malgrado che la sua musica sia suonata nei maggiori teatri europei dell’epoca. Poi, le feste, i ritmi orgiastici di una vita sfrenata nella Vienna opulenta, che pensa solo edonisticamente a divertirsi. La sua golosità che non si arresta nemmeno di fronte alla povertà. Poi, la caduta improvvisa dal piedistallo: quelle “Nozze di Figaro” che infastidiscono l’establishment viennese, irritato dalla presa in giro del plebeo cerusico. Tutti gli voltano le spalle: capolavori assoluti, come il Don Giovanni, hanno un successo enorme all’estero, ma non nella sua Patria, che lo rinnega e lo emargina come un lebbroso.

E, tutto questo, raccontato con un fervore, un’immedesimazione nel personaggio che muove Cederna fino alle lacrime, consolato per tutto lo spettacolo dal suo fido amico maestro di piano, che lo accompagna magistralmente nelle sue emozioni e ricordi struggenti.

(*) Per info, biglietti e prenotazioni: Teatro di Roma