“Il nome della rosa”: a teatro, la “terza vita”

La “terza vita” de “Il nome della rosa” è il teatro. Per il capolavoro di Umberto Eco, Premio Strega nel 1981, un best seller tradotto in 47 lingue, divenuto un classico della letteratura e poi un film con Sean Connery, è arrivato il tempo della ribalta.

Dal 4 febbraio, al teatro Argentina di Roma, va in scena la riduzione teatrale di Stefano Massini, per la regia di Leo Muscato. Il cast artistico comprende 13 attori. Tra gli altri, una menzione speciale spetta a Luca Lazzareschi che interpreta Guglielmo da Baskerville e a Luigi Diberti che veste i panni dell’allievo Adso in vecchiaia.

L’opera è attraversata da atmosfere gotiche e spirituali. Ma intrise di forte inquietudine. Sulla scena è rappresentato un monastero benedettino nel Trecento. La storia racconta un noir ante litteram. Misteriose e inspiegabili morti su cui  indagano i due frati.

Presentando l’opera, Leo Muscato scrive che “dietro un racconto avvincente e trascinante, il romanzo nasconde una storia dagli infiniti livelli di lettura, un incrocio di segni dove ognuno ne nasconde un altro. Del resto, la struttura stessa del romanzo ha una forte matrice teatrale. Su uno sfondo storico, politico e teologico, si dipana un racconto dal ritmo serrato, in cui l’azione principale sembra essere la risoluzione di un giallo ma dove l’attenzione, più che sul cosa accade, è focalizzata sul come è accaduta”.