Una Fugue da una realtà indesiderata

Ci fa o ci è? Alicija o Kinka? Bruneri o Cannella? La perdita di memoria scambiata per impostura è un classico del cinema psicologico dai tempi di Lumiere.

Non fa eccezione neanche questo film Fugue di produzione ceca e polacca presentato a Cannes nella famigerata settimana della critica e incontrandone i favori incondizionati.

La protagonista in realtà sembra colpita da amnesia selettiva. Rimuove i brutti ricordi, come il marito e il rapporto con il figlio. Scovata grazie a una specie di Chi l’ha visto? non viene accolta con entusiasmo dalla famiglia, tranne madre e padre che si fanno in quattro. Lei d’altronde sembra anaffettiva quando non catatonica.

La scommessa è la solita di questi film: avvincere il pubblico dopo averlo portato sulla soglia del sonno. Lento, cupo, triste e talvolta sarcastico. È un’opera seconda della regista Agnieszka Smoczynska, che sceglie sempre Cannes per stupire. La volta scorsa ci è riuscita con The Lure, che è diventato un cult movie per gli insonni. Infatti dopo il successo al Sundance 2016 si è visto in tv solo a ore impossibili.

Anche Fugue sembra destinato a seguirne i destini. Il messaggio è chiaro: la vita è un oceano di solitudine, tristezza, nostalgia e dolore interrotto da cose pratiche come crescere un figlio e dare attenzione a una famiglia. Ma quando i traumi della coppia o delle dinamiche familiari ci rendono delle persone al limite dell’autismo auto referenziale, allora la nostra esistenza cancellerà per sempre la parola emozione dal vocabolario.

La fuga è sempre dalla realtà. L’amnesia ci aiuta.