Negli scorsi giorni, presso la libreria Fahrenheit di Campo dei Fiori, si è svolta la presentazione del libro Mani di Lucio Saviani (Fefé edizioni, 2017). Un libro che, a dispetto di una prima impressione sul titolo, che potrebbe evocare argomenti etno-antropologici, o quantomeno di storia delle religioni, è un volume di filosofia orientato che racconta il rapporto dell’uomo contemporaneo con la manualità e che, attraverso questa, indaga la corrispondenza latente tra potere e tecnica.

Il panorama filosofico novecentesco non ha certo trattato in maniera indulgente la tecnica, rea di aver imposto un sistema totalizzante - basti citare la Gestall heideggeriana, tradotta da Gianni Vattimo come “imposizione” - che ha soverchiato, o quasi, l’antico Cosmos a misura d’uomo dei Greci. Dunque, non più la tecnica come strumento al servizio dell’uomo, che ne migliora la qualità della vita disgregando le contingenze della selvaggia necessità, ma una tecnica auto-propulsiva e auto-proclamatasi valore finale, travalicando la sua giusta dimensione di valore strumentale al servizio dell’uomo.

Il libro di Lucio Saviani, presentato già a Torino presso il Circolo dei lettori e al Book pride di Milano, e appunto qualche giorno fa a Roma insieme a Pasquale Panella, Giovanni Giorgio e Pasquale Meccariello, fa parte di una collana delle edizioni Fefé dedicata ai luoghi del corpo. Non alle parti del corpo, che potrebbero richiamare a una descrizione meccanica e brutale, ma a quei luoghi del corpo, appunto, come accumulatori di un senso, di una storia e di una simbolicità che accompagna la tradizione culturale, quantomeno occidentale. Perché noi siamo, e lo diceva anche il Socrate di Platone, corpo e anima uniti, mente e mani per l’appunto.

Nel testo di Saviani, che ci fa riflettere su aspetti rilevanti della nostra identità, sono ricordati alcuni aspetti simpatici legati alla mano e al potere, come i re taumaturghi, presenti non solo nelle tradizioni etnologiche ma anche nelle saghe letterarie (basti pensare ai re numenoreani o gondoriani di Tolkien), o all’imposizione delle mani nell’Antico Testamento o nel Vangelo; fino alla manumissio, quel tocco dal sapore quasi mistico attraverso cui il buon dominus romano (antico) toccava lo schiavo e lo rendeva, se non libero, perlomeno liberto.

Lucio Saviani osserva come vi sia una corrispondenza tra il tocco della mano e il potere, una gestualità che si collega infine alla tecnica. “L’invenzione della mano”, come scriveva André Leroy Gourhan, è quel momento in cui i nostri progenitori non ebbero più il bisogno dell’uso delle mani per la deambulazione; le mani iniziarono a fare quello che faceva prima la bocca, e cioè strappare, tagliare, raccogliere; e così la bocca fu liberata per la facoltà superiore della parola. Fu Anna Arendt a ricordarci il virtuoso collegamento tra logos e potere: senza la forza della parola, le azioni pratiche non possono scaturire. Vi è quasi bisogno di un cominciamento, di un archein logocentrico per dare via a ogni impresa. Parola, gestualità, azione, potere: vi è qui raccolta molta evoluzione.

Non solo, Mani ci fa ricordare inoltre l’importanza dell’incontro, del rapporto faccia a faccia, de visu nella vita quotidiana, nel lavoro e anche nella politica, si pensi a quella dei social network dove “non ci si dà mai la mano”, come dice Saviani.

Un libro che, dopo le accuse novecentesche da parte della filosofia verso la tecnica, si inserisce nel grande tentativo di riallineare un rapporto tra scienza, umanesimo e fede, restituendo alla tecnica quell’antico, prezioso compito di strumento al servizio dell’uomo.