Sarebbe bene leggere “La notte tu mi fai impazzire”, il bel libro scritto da Pietrangelo Buttafuoco per le Edizioni Skira, che tratta delle disavventure della virtù di Artemisia Gentileschi, la grande pittrice secentesca che farà risplendere con la propria Cleopatra, la rutilante conclusione del Festival d’Autunno di Sutri, a Palazzo Doebbing, il nuovo museo del paese in provincia di Viterbo, prima di recarvisi in visita.

L’opera, trionfo del primo barocco, eseguita e portata a conclusione una decina d’anni dopo la morte del Caravaggio, appartiene alla Fondazione Cavallini Sgarbi, ed è stata attribuita alla mano di Artemisia dopo esser stata a lungo considerata di Guido Cagnacci. La figlia di Orazio Gentileschi dipinse altre due tele con lo stesso soggetto, sempre la Regina d’Egitto, Cleopatra dei Tolomei, greca per cultura e di tradizione ellenistica.

Artemisia ce ne dà un ritratto-autoritratto, ammiccante e narcisistico, emergente dalle ombre, con un possente gioco di luci che ha ereditato da Michelangelo Merisi da Caravaggio. L’aspide mortale e il velo scarlatto si muovono di vita propria sulle carni opulente e matronali della donna. La Cleopatra che ammireranno coloro che hanno occhi per vedere oltre, ha la sensualità di un erotismo soffuso e avvolgente ben lontano dagli strepiti isteroidi del “me too”.

Sarà una festa barocca, stupefacente, di meraviglia alessandrina questa, portata in un piccolo paese della Tuscia dalla tela di Artemisia, mai sedata dal dolore dello stupro che subì e dalla vergogna dei successivi processi. C’è tutto un mondo di accecanti bagliori, languide carezze e violente passioni in questa Cleopatra, che data delle cortine vellutate del Seicento più che del sole d’Egitto. L’immagine, costantemente ripetuta dell’ultima dei Tolomei, è quella coeva alla pittrice, quindi nulla di filologicamente corretto sotto il punto di vista rigoroso della Storia, ma soltanto la leggenda di una morte tragica che si reincarna nell’età del Secolo d’Oro. Ma Artemisia-Cleopatra non è Caravaggio, né Guido Reni e neppure altre sue colleghe. È una donna di carne, di sangue, dilaniata da un morso d’antico aspide, dai fianchi muliebri ancora tardorinascimentali e ben poco incline ai nuovi dettami dell’immagine voluta dalla Controriforma. Un dipinto pagano, arcaico e come ogni opera d’arte antica, diventando un classico, si attualizza in una contemporaneità per molti impensabile. Perché davanti a un simile quadro si sospende il pensiero razionale e se ne cercano altri, fatti dell’abbraccio delle carni, della lussuria dei corpi, delle labbra dischiuse in un lieve gemito che può essere d’orgasmo come di morte.

La Cleopatra di Artemisia è tutto questo e tanto altro, che ogni visitatore potrà ritrovare, o trovare, scoprendo o riscoprendo in sé, cosa è rimasto di una giovane donna, vissuta in un mondo così lontano, tra candele, broccati e lame di coltello, ma dal respiro caldo di chi ha troppo amato. Il dipinto sarà esposto al Museo di Palazzo Doebbing, a Sutri dal 22 dicembre 2018 sino alla conclusione delle attuali mostre.