La giovane Repubblica del Kosovo compie passi da gigante. Con il ricordo della guerra oramai alle spalle e un futuro integrato nel contesto europeo il paese guarda sempre più all’occidente e tenta di lanciare il suo messaggio di pace anche attraverso la cultura, l’arte e l’analisi inconscia del passato.

Quest’anno cade il ventesimo anniversario della guerra in Kosovo e l’artista, molto amato in Kosovo, Alban Muja (nella foto) partecipa al padiglione del Kosovo della Biennale di Venezia con una innovativa videoinstallazione che ricerca l’eredità del sanguinoso conflitto, studiando come tale guerra è stata analizzata attraverso i media del Kosovo e in quelli di tutto il globo. L’opera d’arte animata da foto e video è costituita su ritratti di bambini rifugiati e altre immagini prese dai giornali e dai media di tutto il globo. L’operazione artistica tocca la coscienza individuale e obbliga i fruitori a confrontarsi con la problematica della percezione delle immagini dei media in rapporto al conflitto, analizzando la distanza tra il pubblico e il dolore che si vuole rappresentare.

Curatore della mostra è Vincent Honoré, direttore fondatore della David Roberts Art Foundation, un’organizzazione con sede a Londra, dove ha diretto il programma delle mostre, tra cui spettacoli multidisciplinari ed eventi dal vivo, collaborando con artisti emergenti e affermati, come Laure Prouvost, Liv Wynter, Ryan Gander, Eddie Peake, Anthea Hamilton, Michael Dean, John Stezaker, Charles Avery, Phyllida Barlow, Martin Boyce, Edward Thomasson, Zoe Williams, Haroon Mirza, Sarah Lucas e Jamila Johnson-Small. Honoré ha fondato la casa editrice Drawing Room Confessions nel 2011, per la quale è caporedattore e ha pubblicato libri su Luis Camnitzer, Bruce McLean, David Lamelas, Rosalind Nashashibi, Charles Avery, Sarah Lucas e Stuart Brisley. Il Kosovo raccontato attraverso l’arte e che guarda al futuro senza dimenticare l’orrore del conflitto.

Nel tentativo di comprendere tale assonanza tra passato e futuro, sono significative le parole di Alma Lama, Ambasciatore della Repubblica del Kosovo in Italia, che in una recente intervista ha affermato: “Il Kosovo ha continuato il processo di trasformazione istituzionale attraverso la legge. La trasformazione sarà lunga e in cooperazione con la Nato. L’esercito del Kosovo servirà a proteggere l’integrità territoriale del Kosovo, in collaborazione con la Kfor, ed è interessato a dare il suo contributo anche ad altri Paesi del mondo, in cui vi sono guerre e conflitti, come forza di pace. Nessuno dovrebbe aspettarsi dalla Serbia che sia soddisfatta di questo sviluppo, in quanto utilizza tutti i mezzi per impedire il progresso e il rafforzamento dello Stato del Kosovo”.

Il Kosovo, dopo l’ufficializzazione internazionale dell’esercito di stato, guarda con sempre maggior apertura all’Occidente, al mondo europeo e ai protagonisti della Nato, senza dimenticare ciò che il conflitto ha rappresentato per intere generazioni. Oggi, il Kosovo non è uno Stato musulmano, ma uno Stato laico “in cui la religione è divisa dallo Stato e rispetta la libertà religiosa come in qualsiasi altro Paese democratico. Il Kosovo ha la costituzione più moderna in Europa in termini di libertà e di diritti umani e la più generosa in termini di cura delle minoranze”, ribadisce l’ambasciatore che continua “gran parte della popolazione è parte di un eredità di un islam moderato, ma come altri Paesi europei, gran parte della popolazione del Kosovo è profondamente laica. Qualsiasi etichettatura come Stato musulmano è sbagliata”.

Sia l’Unione europea sia gli Stati Uniti per decenni hanno sempre bocciato l’ipotesi di ridefinire i confini della regione. Attualmente hanno dato il via libera ai due presidenti, il kosovaro Hashim Thaçi e il suo omologo serbo Aleksandar Vučić, per la ricerca di un possibile accordo sulla formulazione dei due stati. La Serbia però, con la complicità della Russia, non vuole raggiungere accordi e l’influenza statunitense ed occidentale nella giovane repubblica è vista con estrema preoccupazione da Putin e delle gerarchie russe. Intanto, i giovani kosovari che non hanno conosciuto la guerra sognano l’Europa e guardano al proprio futuro sia come kosovari che come giovani europei.