Nel dibattito pubblico del nostro Paese ha ricevuto molto attenzione, suscitando una discussione notevole tra i principali studiosi Italiani, l’ultimo libro di cui è autore lo storico della letteratura Italiana Alberto Asor Rosa, edito dalla Einaudi con il titolo efficace “Machiavelli e l’Italia”.

Nella introduzione a questo importante libro, Asor Rosa osserva acutamente che la ricerca storica è orientata dalla volontà di cogliere dal passato un senso che possa aiutare a comprendere la vita civile e politica del nostro tempo. Il bisogno di conoscenza, rivolto alla analisi del passato, non sempre comporta la possibilità di favorire il mutamento. Infatti Machiavelli interpreta ad un gradissimo grado la radicalità della politica, essendo erede della cultura umanistico rinascimentale e costretto a misurarsi con gli elementi e gli aspetti fondamentali del suo tempo, con cui entrò in contatto. L’Italia del suo tempo, per Asor Rosa, divisa a causa del particolarismo che provocava i conflitti tra i Principi in quell’epoca e in cui era egemonico il ruolo esercitato dal Papato, diviene il tragico incubatore dell’Italia futura e dei suoi limiti, come la debole statualità e la mancanza di civismo. Nel libro l’autore si interroga sulla formazione della Identità Italiana, intesa in termini culturali, e sulla sua configurazione politico geografica.

Nelle opere dei grandi autori della tradizione classica vi è un esplicito ed innegabile riferimento all’Italia, basti citare L’ Eneide di Virgilio, la Divina Commedia di Dante Alighieri, l’opera di Plinio il giovane, quella di Giulio Cesare, l’Orlando Innamorato di Boiardo. In fondo anche Dante si era posto e misurato con il problema drammatico di invocare il principe nuovo per liberare il Paese dagli stranieri e dare un assetto unitario allo stato. Machiavelli, insieme con Francesco Guicciardini autore della Storia d’Italia, deplora i principi italiani del suo tempo, per avere attirato le armi straniere, sicché l’Italia di quel tempo era ineluttabilmente destinata a divenire vittima degli errori e delle incapacità dei suoi governanti. La differenza, rispetto agli altri popoli del mondo, è dovuta alla consapevolezza della superiorità italiana, nei campi intellettuali e culturali e artistici, se si esclude quelli della statualità e delle armi. A Firenze l’arrivo di Carlo VIII aveva comportato la capitolazione dei Medici e la restaurazione della antica Repubblica Gentilizia. Machiavelli fu funzionario della Repubblica. Quando si accinse a comporre il Principe, una opera considerata il caposaldo della scienza politica moderna, si trovava, solo e sconfitto, relegato in esilio campestre all’Albergaccio in Sant’Andrea in Percussina. Secondo l’autore a spingere Machiavelli a compore le sue opere, tra cui i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio oltre al piccolo trattato Il Principe, vi era la volontà di arrivare a realizzare una analisi conoscitiva, attraverso riflessioni e dispute, sul fenomeno umano e le motivazioni del comportamento politico. Sono nel libro belle le pagine in cui l’autore spiega la natura dilemmatica del pensiero di Machiavelli, laddove il grande pensatore, nel delineare il modello del nuovo Principato, distingue tra il principe che si muove con le sue armi e animato dalla sua virtù, e quello che invece è favorito dalla fortuna e gode del sostegno delle armi altrui. Il principato può avere due caratteri essenziali: essere ereditato oppure conquistato con armi proprie e la virtù. A questo proposito, l’autore del libro, da grande intellettuale quale è, mentre precisa la differenza tra la logica dilemmatica di Machiavelli e la concezione dialettica della storia di Hegel, medita in pagine di grande rigore analitico intorno al nesso tra libertà e necessità. Se il mondo è governato dalla dura necessità, la virtù del principe, il suo libero arbitrio, nozione derivante da Agostino d’Ippona, vengono a trovarsi impotenti al cospetto della cattiva sorte.

Per Guicciardini, pensatore ottimate e aristocratico e di orientamento conservatore per il disincanto con cui analizzava il suo tempo, Lorenzo de’ Medici era stato il protagonista della politica dell’equilibrio fino alla sua morte e all’arrivo di Carlo VIII. Con la dissoluzione della politica dell’equilibrio, si ha la sempre più rilevante presenza delle armi straniere, i conflitti tra i Principi dei vari stati e la conseguente divisione del Paese, il ruolo egemonico esercitato dalla chiesa di Roma, che non è in grado di costituire uno stato unitario, ma ne impedisce con il potere temporale che detiene la edificazione. Perché il Principe nuovo sorga e si imponga, è fondamentale che egli abbia una conoscenza fattuale della situazione politica e delle regole generali che governano e ispirano l’azione politica. Il Principe Valentino Borgia, figlio di Papa Alessandro VI, per Machiavelli incarna storicamente la figura del principe nuovo, cui affidare le sorti del progetto vagheggiato da quanti desiderano superare il particolarismo e le divisioni italiane. Infatti l’ultimo capitolo del Principe si conclude con il celeberrimo appello a quanti vogliono l’unità dell’Italia. Nel libro si osserva che la grande catastrofe, che conclude l’epoca aurea del Rinascimento, i cui ultimi esponenti sono per Asor Rosa Torquato Tasso autore della Gerusalemme Liberata e Tintoretto, grande genio della pittura, si ha nel 1530, che segna di fatto l’inizio del dominio incontrastato di Carlo V. L’Italia rimarrà divisa esattamente per oltre trecentoquarant’anni, un tempo infinito. La dissoluzione di questo assetto ci sarà con la conquista di Roma da parte dei Piemontesi, quando si ebbe la presa di Porta Pia. Belle nel libro le analisi su come studiosi e pensatori come Francesco De Sanctis nella sua Storia della Letteratura italiana e Antonio Gramsci nei suoi Quaderni dal Carcere hanno interpretato le opere di Nicolò Machiavelli per comprendere lo sviluppo della vicenda storica del nostro Paese. Un libro che gronda erudizione da ogni sua pagina.