Enrico Brizzi, che pure si era saputo mostrare autore poliedrico e dalle molte facce, forse proprio per sfuggire a quel successo lancinante (e foriero di etichette facili) che era stato il suo esordio letterario, con il suo penultimo romanzo è tornato alle origini. In Tu che sei di me la miglior parte edito da Mondadori, si ripercorrono gli anni di formazione del bolognese Tommaso Bandiera, tra amori infiniti, amicizie tormentate, oratorio, curva e droghe più o meno pesanti. Un’educazione sentimentale fortemente anni Ottanta, piena di miti che si costruiscono e si distruggono, di ragazze bellissime e irraggiungibili, di scorribande epiche, con un sottofondo di ottima musica e di esperienze di vita più punk che rock.

Il romanzo, insomma, strizza l’occhio in molti modi al primissimo successo dell’autore, quel Jack Frusciante è uscito dal gruppo (di cui quest’anno ricorrono i venticinque anni dalla pubblicazione) che nella prima metà degli anni Novanta aveva segnato tanti giovani nati negli anni Ottanta. Brizzi ritorna su un percorso che aveva intenzionalmente abbandonato per non rimanere inscatolato nel filone della letteratura adolescenziale (seppure quella di una volta, quando ancora non era una vergogna e che aveva ben altro spessore rispetto a oggi). E tocca (di nuovo) delle corde molto care proprio a quegli stessi lettori che avevano visto nella storia di Alex e Aidi un ideale romantico, un po’ come un decennio prima era accaduto per i film di John Hughes. Adorabilmente pop.

L’autore, bisogna riconoscerglielo, rimane fedele a se stesso e a quei lettori, in maniera piuttosto efficace e il romanzo in sé è discreto. Ma discreto, in un’epoca di superlativi ed eccessi, rasenta appena la sufficienza. E infatti, proprio quei lettori, che pure, adolescenti, avevano amato immensamente Jack Frusciante, per restare fedeli a quel Brizzi, e per farselo piacere al 100 per cento, devono un po’ tradire se stessi e gli adulti che sono diventati. Come dire, Jack Frusciante è uscito dal gruppo aveva senso quando uscì e aveva il potenziale per stregare e far sognare, con quella semplicità di trama e lo stile alternative e indie prima che l’indie diventasse orrendamente mainstream. I sogni si sono rotti, quegli adolescenti hanno visto “poi cosa succede”, sono già al capitolo successivo e l’indie ha perso la sua magia. Oggi ha senso festeggiarne i venticinque anni con affetto, ma come si festeggiano le nozze d’argento: un po’ nel ricordo dei bei tempi che furono e che quindi non son più. O forse sono, ma in modo totalmente diverso.

Quella generazione che non esiste più, fagocitata nell’ingranaggio feroce del tempo che dopo il 2000 scivola via velocissimo. Eh sì, signora mia, non ci son più le mezze stagioni. A differenza dei baby boomers o di altri “fenomeni antropologici” reduci dei tempi andati che hanno trovato comunque una loro collocazione nel mondo, come pezzi di antiquariato che hanno ancora la loro ragione di esistere perché assumono dei contorni vintage, la generazione che ha avuto la sfortuna di essere in between analogico e digitale – che li si volesse chiamare millennials o generazione ypsilon – è stata letteralmente spazzata via dalla generazione zeta, dai nativi digitali e da tutti quei gruppi che seguiranno come declinazione ed evoluzione post-analogica dell’homo smartphone. E per parlare a loro non si può far finta che non abbiano vissuto quello scavallamento epocale e il vortice che dal walkman ha portato all’mp3 e poi diretti verso Spotify e Apple Music.

Il romanzo di Brizzi, però, si ferma all’adolescenza, prima che gli anni Novanta finiscano e con essi un secolo che non è mai stato così lontano; ma non parla agli adolescenti di oggi, non è a loro che si rivolge e non è loro che può conquistare (senza un cellulare, un selfie, un influencer che gli dica cosa pensare). Parla poco, però, pure a quelli che adolescenti erano negli stessi anni (o poco dopo) di Tommaso Bandiera, il protagonista: loro hanno voltato pagina e piuttosto che lasciarsi andare alla malinconia del tempo che fu, si devono sforzare di non rimanere indietro nel vortice della contemporaneità che spesso li estranea da se stessi.