È possibile raccontare e rappresentare l’orrore e la brutalità della guerra con le immagini fotografiche, cogliendone le cause politiche e le origini profonde? Questo interrogativo sorge nell’animo del lettore che abbia concluso la lettura del libro intitolato Daldossi, La Vita dell’Istante, edito dalla casa editrice Marsilio, di cui è autrice la grande scrittrice austriaca Sabine Gruber. Bruno Daldossi è un reporter di guerra che, per la sua attività professionale, durante la sua vita ha assistito a diversi conflitti avvenuti nella seconda metà del Novecento e nei prima anni del 2000.

Daldossi, fin da quando aveva deciso di esercitare, esponendosi a pericoli e rischi imprevedibili, questa attività, sapeva che il suo compito consisteva nel fissare per sempre con l’immagine fotografica tutto ciò che lo colpiva, e per poterlo ritrarre, era necessario che fosse lui a svelarlo e a renderlo visibile rimettendolo in scena. Nella prima parte del libro Daldossi appare un uomo solo, che da poco si è separato dalla compagna Marlis, di professione zoologa. Per non provare turbamento, mentre con la sua macchina fotografica immortalava e fissava per sempre quali orrori e violenze la guerra è capace di provocare, Daldossi si era abituato ad assumere un atteggiamento mentale improntato alla indifferenza di sentimento.

Con l’animo straziato dalla sofferenza, per la fine triste della sua storia d’amore con Marlis, Daldossi ricorda le conversazioni avute con il giornalista di guerra Henrik Schultheiss. Mentre attendeva con Henri in una tenda nel deserto libico il momento in cui avrebbe potuto fotografare Gheddafi prima della intervista, il giornalista gli parlò una volta del fruscio grigio che poteva assalire l’animo della persona in qualsiasi momento. Il fruscio grigio è ciò che rimane dopo avere vissuto una intensa esperienza umana.

Spesso nei suoi servizi fotografici Daldossi era stato colpito dal netto contrasto tra l’aspetto esteriore delle persone e gli orrori di cui erano stati testimoni, come se questi individui volessero impedire che la espressione del loro volto fosse modificata dalla brutalità della violenza bellica commessa dagli uomini. Una volta, dopo essere rientrato da Bagdad dove era in corso la guerra nel 2003, in un locale di Amburgo, vedendo le persone incolumi e libere di godersi i piaceri della vita, pensando alla disperazione del popolo iracheno, il suo animo era stato sopraffatto da un senso di colpa, che lo aveva fatto precipitare in una sofferenza inconsolabile.

Henrik, accusandolo di drammatizzare le situazioni con le sue fotografie ed immagini, aveva rivolto l’accusa a Daldossi di essere divenuto un voyeur della violenza, come se lui avesse compassione delle persone offese dalla guerra, che descriveva nei suoi articoli. Nel libro ogni capitolo è preceduto da un commento a fotografie che ritraggono scene di guerra, come quella dei Balcani a Sarajevo negli anni Novanta, quella in Afghanistan contro i talebani dopo l’attentato alle Torri gemelle, quella in Cecenia voluta da Putin per sottomettere questo popolo alla egemonia Russa alla metà degli anni novanta, quella in Ruanda in cui la minoranza Tutsi venne sterminata dagli Hutu, dopo che l’aereo del presidente Ruandese era stato abbattuto. Johanna è la giornalista che, dopo essersi separata da suo marito, mostra attenzione verso Daldossi, percependone la drammatica condizione di solitudine e smarrimento esistenziale.

Dopo avere ritratto con le foto la rivolta dei giovani egiziani a Piazza Tahrir nel 2011, Daldossi comprende che siano gli Harragas. Sono giovani uomini che dopo avere bruciato i loro documenti, privi di lavoro e famiglia, dalla Libia, dalla Tunisia, dalla Algeria, dal Marocco decidono di abbandonare i loro Paesi di origini alla ricerca di una nuova patria, lasciandosi alle spalle la miseria, la guerra, la povertà estrema e il dolore dovuto a privazioni inimmaginabili per un occidentale. Durante un viaggio compiuto insieme con Johanna, la giornalista osserva con attenzione le mani di Bruno Daldossi e pensa che esse hanno aperto l’otturatore della macchina fotografica per mostrare l’orrore della guerra, fermare lo scorrere del tempo e consegnare queste truci immagini allo sguardo di chi in futuro vorrà occuparsene.

Daldossi, in uno dei momenti di riflessione sulla sua professione, si interroga se sia possibile con l’aiuto di una immagine fotografica pensare di recuperare quanto si è perduto per sempre. Ricorda che ad una sua mostra, in cui vennero esposte alcune sue fotografie scattate su diversi fronti di guerra, tenutasi nel foyer del Bezirkstheater, il sovraintendente alla inaugurazione sostenne che le sue fotografie indicavano e rivelavano la dignità dei sopravvissuti e mostravano volti che hanno il valore di eventi umani. Per Daldossi, che si reca a Venezia nel tentativo di rivedere la sua ex compagna, che lo ha abbandonato, le immagini fotografiche non possono fermare ed arrestare l’inevitabile fluire del tempo, tuttavia hanno la peculiarità di renderlo più sensibile e intellegibile. Recatosi a Lampedusa, l’isola dove approdano gli immigrati africani, per realizzare le fotografie su questo fenomeno, Daldossi pensa che gli italiani siano un popolo incline a dimenticare troppo facilmente la loro storia.

Il libro ha un notevole valore letterario perché l’autrice, attraverso un romanzo esistenzialista, grazie alla figura del reporter Daldossi mostra l’orrore della guerra così come continua a funestare vaste parti del nostro pianeta.