Opinioni a confronto: la saggezza

“L’amicizia, di cui abbiamo parlato in una delle nostre conversazioni, quando sia al suo massimo grado, non ha un fondo di saggezza? Le due “opinioni” possono mettersi a confronto fra loro: Amicizia uguale Saggezza?”.

“Senza dubbio, non fosse altro perché il saggio è amico di tutti, sia dei buoni che dei cattivi, e, come abbiamo già detto, l’amicizia ha la sua origine in Dio, che nella sua sfera assoluta è unità e fusione di tutti gli elementi come in un abbraccio amichevole”.

“Il tema della saggezza mi sembra molto utile e opportuno non solo in generale ma anche (e questo è sempre il punctum dolens nel nostro Paese) per i politici, i quali, nella maggior parte, non hanno una base filosofica: a scuola hanno studiato la storia della filosofia, ma dubito (potremmo fare dei nomi) che tutti siano riusciti a formarsi una loro filosofia, una saggia visione della vita”.

“E della storia, visto che i loro argomenti sono sempre gli stessi: è da una settimana che la televisione continua a elargirci ogni giorno le foibe, i campi di concentramento nazisti, l’olocausto e via di questo passo. Estrapolano dalla storia i fatti che gli fanno comodo per poter criticare gli altri, quando i fatti, come dicevano Seneca e Marco Aurelio (per citare due soli nomi, ma è una verità che capiscono anche i bambini), sono tutti interconnessi fra loro, mentre oggi non solo i politici ma gli uomini in generale sono interconnessi solo quando vanno su Internet, ma nelle loro conversazioni, nei loro dibattiti e nella loro vita sono tutti ‘sconnessi’, perché il primo difetto degli italiani è l’egoismo, il pensare solo a se stessi, l’individualismo, il Paese a loro interessa solo quando e se gli fa comodo”.

“Anche noi, però, qui la stiamo buttando in politica”.

“Tutto è politica, amico mio. A questo proposito mi viene in mente una battuta di Oreste Lionello: ‘In Italia’, diceva, ‘la politica un po’ litica, un po’ non ce la fa. Ma veniamo alla saggezza. Che è una conquista ma anche un mezzo, perché il più grande, il più completo e il più duraturo benessere dell’uomo su tutti i piani, fisico, spirituale, mentale e sentimentale, è conseguibile con la saggezza, che, una volta raggiunta, non si perde più, perché questa è la meta finale di tutta l’umanità”.

“Anche l’estasi mistica può produrre un effetto simile”.

“Sì, ma non dura che un attimo ed è un fatto raro, non si può essere mistici a tempo pieno, dalla mattina alla sera, e ciò vale anche per la meditazione yoga trascendentale, mentre la saggezza, quella vera (ce ne sono infatti diversi tipi), una volta raggiunta, te la porti dentro istante per istante, perché trasforma completamente, in meglio e al massimo grado, la personalità e la visione del mondo, dei fatti e di tutto ciò che ci circonda”.

“Che cos’è dunque la saggezza? In che cosa consiste e come si raggiunge? È sempre uguale nel tempo? La saggezza di oggi è la stessa di ieri, degli antichi?”.

“No, perché l’uomo si evolve, e con lui muta anche la visione delle cose, in ogni campo. La Politica e la Religione dei pagani (che come aggettivo significa “abitanti del villaggio”, che era appunto il pagus e dunque un territorio ristretto, un’entità sociale ma anche religiosa) erano diverse da ciò che sono poi diventate nel corso dei secoli, e oggi, lungi dall’essere progredite e migliorate, sono peggiorate, perché l’umanità è cresciuta a dismisura. Ma noi qui ci riferiamo all’uomo singolo, nel quale spesso vivono tuttora personaggi come Seneca, Plutarco, Marco Aurelio e tanti altri, che già al loro tempo avevano una chiara e condivisibile visione delle cose, del mondo e di Dio e una lungimiranza che oggi non solo un politico, ma anche un filosofo difficilmente possiede”.

“Io sono perfettamente d’accordo con te, ma tu, che hai tradotto e pubblicato una marea di testi di autori greci e latini, dimmi, in poche parole, cosa pensava Seneca della saggezza”.

“Per Seneca, ma questo vale anche per altri, tutti i fatti e tutti gli uomini sono interconnessi o collegati fra loro, come gli ingranaggi di un meccanismo, dal più piccolo al più grande, dal più nobile al più spregevole, dal più povero al più ricco, in una serie innumerevole di rapporti e di interdipendenze delle più diverse nature, e quali lavorano a denti stretti o addirittura in folle, quali invece sono sempre in presa o coi denti avvitati senza fine, ma bene o male, zelanti o non zelanti, volenti o non volenti, coscienti o non coscienti, sono tutti vicendevolmente e inesorabilmente incastrati l’uno nell’altro”.

“Stando così le cose si può dire che quello che fa uno è come se lo facessero tutti simultaneamente, in una susseguente molteplicità e diversità di tempi e di luoghi. E poiché ciascuno partecipa della vita di tutti, tutti sono artefici e responsabili delle azioni di ogni singolo, come ogni singolo è artefice e responsabile delle azioni di tutti”.

“È da questa visione che nasce il sentimento di comunanza e di fratellanza universale, e da quello derivano, conseguentemente, la legge morale e religiosa, e quindi la saggezza, il cui concetto si può esprimere con una definizione che valga per tutti i tipi e per tutte le epoche, ma il cui contenuto varia in rapporto alla concezione filosofica o alla visione della vita e del mondo che sono proprie di questo o di quel tempo particolare. In definitiva è bene che vi siano diverse saggezze e qualcuno sostiene che ‘non è male alternarle’, come ha scritto Margherite Yourcenar nelle Memorie di Adriano”.

“In generale possiamo dire che la saggezza è la capacità di valutare e di affrontare con prudenza ed equilibrio gli eventi e le situazioni, dando loro la giusta importanza alla luce delle esperienze passate, personali o vissute da altri, quali ci sono riportate dai libri ma anche dalla realtà presente. Saggio è colui che sulla base di un’approfondita esperienza della vita, ha conseguito uno stabile equilibrio intellettuale e morale che lo induce a comportarsi con ponderatezza e assennatezza, agendo a ragion veduta, evitando azioni inconsulte o rischi inutili e non commettendo imprudenze”.

“Non bisogna confondere il saggio col sapiente, che si differenziano come il colto e l’erudito: erudito è chi possiede numerose cognizioni, colto è colui che attraverso un’autonoma e organica rielaborazione delle conoscenze acquisite perviene ad un affinamento intellettuale, ad una elevatezza e profondità di pensieri e di sentimenti, ad una serenità e obiettività di giudizio, ad una visione globale ed equilibrata della vita e della Storia”.

“Nell’Antica Grecia per saggezza s’intese la virtù suprema dell’uomo, e saggio (sophós) fu ritenuto colui che realizza alla perfezione l’arte del vivere. Per gli Stoici e per gli Epicurei la saggezza è, rispettivamente, apatia e atarassia, cioè mancanza di passioni, assenza di volontà, imperturbabilità: saggio è colui che ha raggiunto la consapevolezza di un ordine fatale e immutabile delle cose e perciò accetta tutto ciò che accade con convinzione e partecipazione. Per gli scettici la saggezza consiste nella epochè, ovverosia nella sospensione di giudizio, per i neoplatonici è la capacità di contemplare e vivere la dimensione dell’assoluto, per Sant’Agostino, e per i cristiani in generale, è l’amore di Dio, per San Tommaso è ‘consigliera intorno alle cose che concernono l’intera vita dell’uomo e anche l’ultimo fine della vita umana’, cioè la visione beatifica di Dio”.

“Nel Cinquecento Francesco Guicciardini traccia una figura di quello che a suo vedere dovrebbe essere l’uomo ‘savio’, il quale, dice, può esistere solo in una civiltà molto progredita, dopo che, insieme alle passioni, siano state spazzate via anche la fede e l’immaginazione. La sola prudenza naturale non basta se non è accompagnata da quella accidentale dell’esperienza, cioè dalla ‘osservazione delle cose’, e soprattutto dalla ‘discrezione’, cioè la capacità di discernere, e non in generale ma caso per caso, perché ‘ogni minima varietà nel caso può essere causa di grandissima variazione nell’effetto’. Per il grande storico il vero saggio, in mezzo a tanta varietà di circostanze, di opinioni e di passioni, non si sorprende di nulla, di nessuna cosa si sgomenta e si turba, perché egli ‘considera ogni cosa etiam minima, di tutto sa trovare il bandolo, e nei più diversi casi della vita prevede e provvede, dai più alti negozi dello Stato alle più umili faccende della famiglia’”.

“Però, e veniamo sempre al punctum dolens, non dimentichiamoci che l’uomo savio del Guicciardini è colui che pensa al proprio ‘particulare’  , e per quanto sia stato uno storiografo non ha dato una mano per risollevare le sorti del Paese, come invece cercò di fare Machiavelli, che era però troppo idealista, mentre Guicciardini era, al contrario, troppo realista, tanto che nell’Ottocento Francesco De Sanctis, richiamandosi all’uomo savio del Guicciardini, disse: L’Italia perì perché troppi erano i savi e pochi i pazzi”.

“Stai attento perché se no qualcuno ti prende per pazzo: sembra infatti che tu coltivi l’immagine e la speranza di un uomo forte che prenda la situazione in pugno (non necessariamente chiuso) e risolva i problemi del nostro Paese”.