Bisogna distinguere l’atteggiamento del pessimista da quello dello scettico. Il primo, vedendo nella storia un inevitabile processo di decadenza, ha scarsissima fiducia nelle qualità umane. Lo scettico, invece, si muove cautamente tra i suoi simili posseduto sempre dal demone del dubbio. In politica generalmente, il pessimista si barcamena tra i conservatori e i reazionari mentre è più probabile che lo scettico difenda determinate istituzioni democratiche. Di sicuro non quelle della democrazia pura, sempre pericolanti verso la demagogia plebiscitaria dove la folla acclamante si sottomette totalmente al proprio leader, smuove l’animo dello scettico bensì quella particolare forma di democrazia che si lega al liberalismo e garantisce le libertà delle minoranze, di tutti coloro che dubitano della “verità” della maggioranza.

Eppure, nonostante le differenze, lo spirito scettico e l’animo pessimista convivono nel cuore in tumulto di Ernesto Rossi. Il tormento dello scettico e i timori del pessimista emergono dalle lettere raccolte nel volume l’Elogio della galera, pubblicato dalla Castelvecchi con il patrocinio del Centro studi “Gaetano Salvemini”, a cura di Gianmarco Pondrano Altavilla e con l’introduzione di Gaetano Pecora.

Infatti, Rossi approda a posizioni liberal-democratiche non in virtù di un approccio fideistico nel popolo, ma perché a tanto lo conduce la sua concezione pessimistica sulla natura umana. “Si può essere – scrive – democratici per fiducia nelle capacità politiche del popolo, o per sfiducia nelle capacità politiche delle cosiddette ‘classi superiori’. Io appartengo a quest’ultima categoria” (p. 207). Per frenare gli istinti bestiali e rapaci degli uomini in generale ma soprattutto degli uomini che addivengano a posizioni di comando, è necessaria l’istituzione di vincoli, lacci e accorgimenti giuridici che limitino effettivamente il potere.

Così, l’ordinamento democratico diviene un semplice strumento e viene difeso “dall’uso dannoso che le maggioranze posson fare del metodo democratico, imponendo loro un certo rispetto delle minoranze, in modo che queste riescano ad affermare il loro pensiero per divenire alla loro volta maggioranze” (p. 300).

Il liberalismo di Rossi non poggia su alcuna filosofia della storia ma, partendo da considerazioni pessimistiche sulla natura umana, affonda poi nel terreno scivoloso dell’incertezza scettica. “La mia netta posizione liberale – così scrive alla madre dal carcere di Roma il 18 novembre 1930 – non è che la conseguenza del mio scetticismo (non cinismo) e del rispetto che ho per le idee degli altri, dato il rispetto che ho di me stesso” (p. 39). Se non esistono idee assolute, allora tutte le idee sono relativamente vere e solo la competizione tra loro potrà permettere una crescita morale e spirituale della società. Da qui, la concorrenza degli stili di vita, la tolleranza giuridica, pilastri della liberal-democrazia.

Al pessimismo e allo scetticismo, però, si aggiunge un altro punto: il razionalismo. Ecco, l’appiglio a cui si tiene saldamente Rossi. “Questo mondo – scrive – è tanto assurdo che capisco benissimo si possa rinunciare al lumicino della nostra intelligenza […]. Io, però, continuo a tener tra le dita il mio cerino acceso. Se lo lasciassi spegnere, mi parrebbe di spegnere me stesso” (p. 282).

(*) Centro Studi “Gaetano Salvemini”