Bruno Lanza e le sue molteplici anime

La pandemia ci ha allontanati, c’è poco da fare.  E io, mai come per questa intervista, avrei voluto avere il mio interlocutore di fronte. Avrei voluto vedere le sue emozioni mentre sviscera la sua anima, il suo dolore, il suo sarcasmo, la sua competenza, la professionalità. Affumicandomi come una provola con una sigaretta dietro l’altra davanti a un caffè. Presumibilmente nella sua via Foria, a Napoli. Lo paragono affettuosamente a Brontolo, perché a parte l’altezza, ne ha tutte le caratteristiche. La barba, il piglio, il broncio, la voce cavernosa, il dissenso a prescindere, la dialettica, il coraggio: una corteccia dura come quella del pino Bristlecone (un albero di quasi 500 anni che si trova in California), un cuore tenero come la sugna per fare il casatiello.

Sto parlando dell’autore Bruno Lanza, quello che con i suoi testi ha fatto la fortuna di molti cantanti, quello che spara interessanti sentenze dal suo profilo Facebook, rigorosamente in maiuscolo, e che quasi mai risponde. Quello che ci fa emozionare fino alle lacrime con la sua storia d’amore. Un storia forse “banale”, ma il modo in cui la racconta la fa diventare unica e straordinaria. Ed è proprio questa sua capacità di coinvolgere il lettore, di creare un contraddittorio, di scuotere qualche coscienza che Bruno Lanza ha attirato a sé le attenzioni di molti artisti i quali hanno voluto interpretare le sue opere. Solo per fare alcuni nomi: Andrea Bocelli; Nino Buonocore; Maria Nazionale; Valentina Stella; Peppino Di Capri; Gigi Finizio; Serena Rossi; Nino D’Angelo; Serena Autieri; Fred Bongusto; Massimo Ranieri; Monica Sarnelli; Albano; Sebastiano Somma. L’elenco sarebbe lunghissimo da fare per intero, allora mi limito a dire che la penna di Lanza passa da brani profondi, intensi, intimi, a vere e proprie goliardate e satire come tutta la produzione dei Gipsy Fint (Gruppo cabarettistico fondato inizialmente da Lanza, Maiulli, Rutigliano) con cui assieme agli altri componenti del gruppo sono stati presenza fissa a Buona Domenica e ad altri programmi Mediaset per svariati anni. Tante le sigle televisive, una su tutte Un posto al sole, da 24 anni presente su Rai 3. E poi ci sono tutte le produzioni per le numerose Tv Campane, senza trascurare la commedia teatrale che, in qualche caso l’ha visto come coautore di grandi successi come ad esempio: “Napoletani a Broadway” scritto con Antonio Annona; “Il Miracolo di Don Ciccillo” e “Finché morte non vi separi” scritti con Leonardo Barbareschi, tutti e tre per Carlo Buccirosso. Anche qui tante le collaborazioni e i nomi, davvero impossibile da citare tutti. Doveroso dire che pur non essendo un esperto di calcio è anche l’autore di “Maradona è meglio ‘e Pelè” l’inno dei tifosi del Napoli.  

Bruno Lanza autore, commediografo e musicista afferra l’amore per la scrittura già ai tempi della scuola, mentre studia, come quasi tutti quelli che hanno avuto il privilegio di studiare, perché sì, studiare è un privilegio. Sarebbe un diritto, ma non sempre lo è. Figlio di Margherita, capo infermiera all’ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi, a Capodichino, e di Francesco, famoso odontoiatra, ma ancora più famoso partigiano. Ha tre fratelli e una sorella. Cinque figli, quattro femmine e un maschio. Ama viaggiare ma non ama le automobili, le considera solo un mezzo di trasporto. Odia chi ne fa uno status sociale. Divide la casa con Habibi, un gatto, da lui definito “il sesto figlio” (Habibi significa “ti amo” in egiziano). La giornata di Bruno inizia molto presto: alle 6 caffè, scrive fino alle 8, poi torna a dormire. Alle 10 si alza definitivamente, esce per acquistare i giornali: Il Mattino, Il Roma e la Repubblica, rigorosamente cartacei. Arriva alle 12 e pensa al pranzo che lui stesso prepara e a volte divide con qualche amico. Pisolino pomeridiano e di nuovo a scrivere fino alle 19. Poi esce per impegni di lavoro oppure guarda un po’ di tivù. Questa è la giornata che mi racconta e poi candidamente confessa “con varianti... quando vale la pena”. E in questa ultima frase c’è tutto un mondo. Lo sento al telefono, gentilissimo e anche un po’ timido. Mi ringrazia per l’interessamento alla sua persona e restiamo che gli mando le domande via mail. Mi risponde alle 5 del mattino (tutto maiuscolo), lo leggo alle 5,30.

Ciao Bruno, come stai?

Per la mia età e qualche acciacco, abbastanza bene.

Ti dà fastidio se ti paragono a Brontolo?

Direi che Brontolo mi si addice abbastanza. Sì, puoi chiamarmi così.

Se Bruno Lanza fosse nato a Bologna, a Genova o a Milano?

Sarei un’altra persona, non so se migliore o peggiore. Non sono un fanatico delle origini, ma anche se mi sento cittadino del mondo, credo che essere napoletano sia un vantaggio incalcolabile. Anche se molti napoletani questo vantaggio lo sciupano o lo distruggono.

Il tuo primo brano (mai pubblicato) ha per titolo Vuoto a perdere, ce n’è uno sul mercato con lo stesso titolo, portato al successo da Noemi. Hanno qualcosa in comune?

Non credo, il mio primo testo parlava di un uomo ignorato dalla donna che amava disperatamente.

Cosa pensi della rete?

La rete è una grande opportunità che potrebbe servire ad ampliare la libertà degli uomini, il senso critico, la solidarietà, ma troppo spesso e da troppi viene utilizzata con un eccesso di evasione. Ho la sensazione che una buona parte dell’umanità non vuole pensare, c’è una preoccupante fuga dalla realtà e dal dolore di capire le cose e la vita. Sono molto preoccupato per i giovani.

Nel tuo lavoro hai avuto molti compagni di viaggio: un ricordo legato al geniale autore e attore Renato Rutigliano, scomparso troppo presto, e uno legato al Maestro Enzo Rossi?

Renato Rutigliano è stato uno dei padri del cabaret elegante e borghese. Era colto e tendenzialmente inglese anche quando utilizzava il napoletano, ed è stato per me un arricchimento ed una esperienza importante. Enzo Rossi è stato, invece, un figlio intelligente e creativo che se avesse avuto un po’ di coraggio in più e pazienza avrebbe fatto parlare di sé in tutto il Paese. Il suo talento è stato compresso da vicende che glielo hanno impedito, ma resta un musicista creativo. Un arrangiatore di grande mestiere.

“In questa fogna di politici e cantanti, non resta che raccomandarci ai santi” è una frase di un tuo brano dal titolo “1968”, una frase attualissima: vuol dire che non è cambiato niente da allora?

Stiamo vivendo, a mio avviso, un momento di buio culturale e politico davvero preoccupante. Questa classe politica ci sta facendo rimpiangere un passato che credevamo pessimo e che io stesso, giovane rivoluzionario di sinistra, ho lottato per cambiare. Ma ciò che vedo oggi è molto peggio di ciò che io combattevo in quel tempo. La musica segue le stesse sorti, almeno la musica erroneamente definita “leggera”. L’approfondimento sarebbe troppo complesso da risolvere in una risposta da intervista e allora mi fermo qui.

Sei iscritto alla Siae (Società Italiana Autori ed Editori) dal 1972, quanti testi hai depositato?

Avrò scritto, credo, 2000 canzoni e quattro sceneggiature teatrali, ma depositate alla Siae, perché pubblicate, sono 470.

Te ne vaie, un brano struggente che fa parte di un tuo lavoro discografico da cantautore, non può essere solo una interpretazione ben riuscita. Per chi l’hai scritta?

Te ne vaie non l’ho scritta in base ad una esperienza personale, ma ho voluto scriverla per dire una verità che nessuno ammette per pudore o per mancanza di coraggio. Questo brano ha un finale rivoluzionario perché in chiusura faccio dire a quest’uomo, innamorato oltre ogni limite, alla sua donna che lo sta lasciando per un altro, “se non sarà come tu credi, le tue ferite portale a me”. Pur di non perdere una donna che si ama profondamente si è lì ad aspettarla in ogni caso. C’è chi un uomo così lo chiamerebbe cornuto, io lo definirei superiore ed eroico.

Lettera dall’Inferno, un brano che a primo impatto, dovuto anche al ritmo della musica, sembra “comico” e invece...?

Lettera dall’Inferno la scrissi qualche anno fa quando i caporali delle campagne calabresi spararono con fucili a pallini sui braccianti immigrati di colore per farli andare via dalle terre.

Non esiste pianobar in lungo e largo per lo stivale che non abbia ospitato almeno una volta la canzone che forse di più ti rappresenta Mentecuore  (B. Lanza-A. Annona-N. D’Angelo). Come nasce e perché “mentecuore” tutto attaccato?

Mentecuore tutto attaccato perché lo sono anche nella complessità dei nostri comportamenti. La scrissi per aiutare un amico a riappacificarsi con la propria ragazza e non era destinata alla pubblicazione. Non servì allo scopo perché non bastò a rimetterli insieme. La ascoltò D’Angelo e mi chiese di cantarla. Fu un discreto successo ma a portarla nella storia è stata Valentina Stella in seguito. E dopo 20 anni ancora si canta un po’ ovunque, vanta quasi 100 versioni.

Nascono come funghi talent e scuole di musica, di teatro, di spettacolo in genere. Cosa pensi di tutta questa teoria senza pratica?

Le scuole e le accademie che hanno un reale valore sono davvero poche. Molti attori pensano di potere utilizzare la propria esperienza per fondare una scuola di recitazione, cantanti e musicisti quelle di canto. Io credo che non basti. La formazione artistica deve partire da altro. Insegnare ai giovani prima di tutto a vivere, al rispetto per se stessi e per gli altri. Insegnare l’etica, la correttezza e poi, molto dopo, a recitare o a cantare. I talent poi sono la vergogna di questo Paese. Sono macchine, frullatori, distruttori di speranze nelle mani di una discografia spietata che li crea e li distrugge nel giro di pochi mesi. Per qualcuno che ce la fa, se ne uccidono centinaia.

Cosa provi quando senti i testi e le musiche dei giovani che fanno il genere Trap (napoletano), molto in voga anche nella Capitale?

Una gran parte di loro hanno una sola possibilità: parlare sulla musica. Uno su 100 è interessante per ciò che dice.

Ti hanno mai chiesto (dietro compenso) di scrivere un brano e non firmarlo?

Le canzoni non si vendono, le scrivo se e per chi ne vale la pena, o se mi innamoro di un artista e di un progetto. Senza amore non nasce niente di buono. Non critico chi riesce a vendere canzoni, ma quello è un mestiere. Loro fanno i parolieri, io faccio l’autore.

Che rapporto hai con Dio?

Con Dio ho un rapporto conflittuale e burrascoso. Diciamo che non credo in lui. Sperando ardentemente di sbagliarmi. Poi mi allontano dal problema ed ignoro il quesito perché penso che il mio cervello non è fatto per capire Dio. E’ una ipotesi troppo più grande di me.

Che cos’è l’amore?

L’amore è come avere Dio dentro. L’amore: quello che sta in alto, quello che non è un bisogno da risolvere, quello dal quale potresti non avere niente, quello che sei felice per il solo fatto che l’altro esiste. Poi, altre forme più terrene, ma altrettanto belle che si basano sulla necessità d’essere amati, dal bisogno di tenerezza, dalla soluzione di una solitudine. Insomma, l’amore ha vari corridoi, gradazioni e colori. Ma l’amore, innanzitutto, non ha regole da rispettare e non ha niente di razionale.

Tu sei un autore importante per quelli della mia generazione, ma la mia idea di fare questa intervista è partita dal fatto che tieni quasi un diario giornaliero sulle due donne della tua vita. Purtroppo scomparse entrambe: Dora e Titina. Eri sposato con Titina e avevi già quattro figlie. Mi racconti come è avvenuto l’incontro con Dora e come lo hai detto a Titina?

Titina e Dora: le due donne più importanti della mia vita. La tenerezza, la pazienza, la perseveranza, la tolleranza, il perdono: Titina ragazzina ed io poco più che adolescente. Poi arriva Dora a metà della mia vita e tutta la mia esistenza cambia. Lei diventa il mio respiro, la mia eternità. Mi fu presentata da mia figlia ad un’innocente festa di famiglia, era una sua un’amica di due anni più grande. Quella notte non riuscii a dormire... nemmeno quella successiva, e poi tante altre… ero perso. La mia Titina se ne accorse ed andai via dopo averglielo confessato. Questo avveniva nel 1984. Poi la storia ed il tempo ha rimesso ogni cosa al suo posto e la mia Titina è stata quella che ha pregato e ha pianto di più quando Dora è andata via. Le sue rose sulla bara erano le più belle. Tre anni dopo mi diceva addio anche Titina.

Hai mai pensato di scrivere una sceneggiatura su questa storia?

Sì, sto scrivendo una sceneggiatura che riguarda questa storia. Spero di vivere abbastanza per portarla in porto.

In un tuo post hai scritto “Gli uomini sono bambini stupidi e vanitosi, devono sapere di una donna il minimo indispensabile, anche se è la moglie. Non bisogna dare a un uomo la certezza di amarlo, anche se lo si ama davvero”. Perché questo pensiero?

Vedi Giò, gli uomini non sono quasi mai all’altezza delle donne... perché sono uomini. Io penso da lungo tempo, ormai, che le donne hanno la ricchezza ed il dono dell’utero. Quell’utero che spesso è motivo di scherno o di ironia da parte di certi imbecilli che non si rendono conto che per una donna è un vero secondo cervello: la sede della responsabilità, dell’intuizione del dolore e della nascita della vita. Un uomo o, meglio dire maschio, per quanto evoluto e colto o intelligente, non potrà mai capire a pieno la complessità e l’importanza di una donna. Gira e gira, restiamo sempre un po’ figli delle nostre donne e raramente compagni alla pari. La tracotanza di certi maschi, la loro caparbia volontà di dominare una donna, in realtà è data dalla nostra fragilità emotiva e dalla nostra incapacità di affrontare il dolore e così, a fasi alterne, restiamo un po’ bambini per tutta la vita. Perché una parte di noi non smette mai d’essere figlio.

Ti senti superiore alla media?

Non sarò così falsamente modesto da risponderti: no, per carità! Tutto dipende da chi ho di fronte. La partita non si gioca tanto sul superiore o inferiore, ma sulla diversità. Siamo tutti superiori a qualcuno ed inferiori a qualcun’altro. Anche se i termini superiore ed inferiore non mi piacciono.

Ti piace quando ti chiamano “Maestro”?

Il termine “maestro” è inflazionato e non mi entusiasma. Mi lusinga solo se è pronunciato rivolto a me da persone che stimo molto.

Un tua idea sulla situazione attuale dovuta al Covid-19?

Questo Coronavirus sta livellando la nostra presunzione. Spero che questa esperienza porti l’umanità a cambiare certe abitudini ed a rispettare di più la nostra vita. E quella degli altri.

I progetti futuri lavorativi di Bruno Lanza?

Spero di lasciare un mio lavoro finale discografico sincero e definitivo e se possibile un libro sulle varie facce dell’amore.

Invece i progetti futuri di Bruno?

Voglio vivere quest’ultimo tempo che mi rimane sperando che non si cancelli mai fino alla fine quel sottile dolore che mi fa compagnia. Senza mai perdere la memoria di Lei né dimenticare mai il suono della sua voce. Per chiudere gli occhi, quando sarà, con la sua foto tra le mani per portarla con me e mostrarla ad ogni angolo del cielo, fino a ritrovarla.