“Parla, ricordo”: autobiografia di Nabokov

Nel suo splendido libro, una autobiografia intellettuale intitolata “Parla, ricordo”, Vladimir Nabokov, in apertura della narrazione, che coinvolge ed emoziona il lettore in sommo grado, osserva che la nostra esistenza è un breve e fugace spiraglio di luce tra due estremità composte di un nulla che sconfina con l’infinito.

Senza la coscienza umana non sarebbe possibile avere la cognizione del tempo e, di conseguenza, la teoria della ricapitolazione da cui deriva la poetica della memoria. Subito, seguendo i ricordi che affiorano nel suo animo, gli compare l’immagine del padre che nello studio della loro sontuosa abitazione, situata in una via elegante di San Pietroburgo, ai tempi della guerra del 1904 della Russia contro il Giappone, discute con il generale Aleksej Nikolaevič Kuropatkin, a cui venne affidato il comando dell’esercito russo in questa guerra cruenta.

Sono intense e poeticamente riuscite le pagine del libro in cui vi è un ritratto memorabile della madre dell’autore del libro, una signora raffinata ed aristocratica, figlia di un ricco proprietario terriero, che provava una invincibile avversione verso i rituali della religione greco-ortodossa, anche se riconosceva che il Vangelo conteneva un messaggio morale e filosofico, di fronte al quale era impossibile rimanere indifferenti. Tuttavia, la madre di Nabokov rifiutava di abbracciare i dogmi religiosi e sosteneva che bisognasse amare, durante la propria vita, con tutta l’anima e lasciare il resto al fato imperscrutabile. L’autore ricorda la passione ammirevole con cui sua madre trascriveva in un elegante album le poesie di Apollon Nikolaevic Majkov e di Vladimir Vladimirovič Majakovskij.

Lo zio Ruka, ricco possidente, destinato a morire in giovane età, ed impegnato in attività diplomatiche vaghe e inconcludenti, colpì il futuro scrittore quando in sua presenza affermò di essere solo e triste come un filo d’erba in un desolato campo. L’autore ammette che negli anni dell’esilio successivi alla Rivoluzione russa, quando ebbe inizio l’esilio per lui e la sua famiglia a Londra, Parigi e Berlino, richiamare alla mente con immediatezza i frammenti del passato è sempre stata un’azione che ha continuato a reiterare per molto tempo, ricavandone un grande piacere interiore, destinato ad attenuare il sentimento della nostalgia per un mondo dissolto e seppellito nel passato della propria vita.

La vita dell’autore, come della sua famiglia, influente e potente, visto che il padre era un giurista, esperto di diritto internazionale ed un uomo di Stato, fino all’avvento del regime dei bolscevichi, era scandita nel corso dell’anno in due momenti: l’inverno trascorso a San Pietroburgo, l’estate nella ricca e vasta tenuta di campagna a Vyra. Nel 1905, quando in Russia vi furono scioperi, tumulti, scontri e sommosse, il padre decise di tenere al sicuro la famiglia nella tenuta di campagna, in cui comparve la signorina svizzera, chiamata Mademoiselle. Fu questa donna, incaricata di educare l’autore e suo fratello, ad avviarli alla lettura. Con il ritmo fluente della sua voce dolce e malinconica, mentre l’autore attraverso i vetri verdi e gialli dello studio della dimora di campagna in preda all’estasi contemplava le chiome degli alberi smosse dal vento e ricoperte di neve, Mademoiselle leggeva ai giovani Nabokov “I Miserabili” e “Il conte di Montecristo”, formando la coscienza e la sensibilità estetica di Vladimir Nabokov e di suo fratello.

Per l’autore la sua istitutrice svizzera, nel ricordo, appare come una persona che si sentiva infelice, poiché l’infelicità era il suo elemento naturale da cui non riuscì mai a liberarsi. Leggendo alcuni libri, Nabokov scopre l’entomologia e la passione per le farfalle, a cui ha dedicato la sua intera vita: presto diviene consapevole dei legami esistenti tra lo studio delle farfalle e i problemi centrali della natura, a partire dalla Teoria della evoluzione di Charles Darwin. Ammette che la passione per l’entomologia gli ha dischiuso la dimensione del piacere non utilitaristico, che aveva ricercato nell’arte e nella letteratura. Sia l’entomologia sia l’arte letteraria gli paiono una forma sublime di magia, un gioco intricato di sortilegio ed illusione, al cospetto del quale ammette di provare l’estasi dei sensi e della mente.

Per l’autore, trovarsi immerso nella natura, al cospetto delle piante, di cui le farfalle si nutrono, significa provare la vertigine mentale che deriva dalla assenza e mancanza del tempo, in cui non ha mai creduto. A Biarritz, durante una vacanza con la famiglia, rimane colpito dal fascino e incantato dalla giovane Colette, che in seguito rivedrà in un giardino di Parigi. Levskji fu l’istitutore protestante che ebbe molta influenza sulla formazione di Nabokov, a cui lesse un poema in versi di cui era autore Michail Jur’evič Lermontov, nel quale venivano raccontate le avventure di un giovane monaco che aveva abbandonato il suo monastero per vagare da uomo libero tra i monti.

Memorabile sul piano letterario e storico è il ritratto che l’autore traccia di suo padre, che venne ucciso nel 1922 a Berlino, dove si era rifugiato dopo la Rivoluzione bolscevica. Nel 1905 il professore Nabokov, giurista e uomo di Stato, venne privato del titolo di corte, decisione che lo indusse a tagliare i ponti con il brutale ed oppressivo regime degli Zar e ad iniziare una attività di opposizione verso il dispotismo politico esistente nel suo Paese. In seguito, quando lo Zar sciolse la Duma, il Parlamento dell’epoca, alcuni membri, tra cui suo padre, si recarono a Vyborg per tenere una seduta illegale del Parlamento nel maggio del 1908 e per promuovere un manifesto politico di opposizione verso il regime zarista. Per questo motivo venne condannato ad espiare una pena di tre mesi in carcere.

Nel 1917 il padre dell’autore venne eletto alla Assemblea costituente, da cui fu estromesso dai militanti bolscevichi e arrestato nuovamente all’atto dello scioglimento della Assemblea eletta dal popolo. Nel 1917 si dimise dal governo guidato da Aleksandr Fëdorovič Kerenskij in cui aveva ricoperto la carica di ministro della Giustizia. Trovandosi in esilio in Crimea a Jalta, Nabokov con l’animo angosciato per l’esilio ripensa alle elegie scritte da Aleksandr Sergeevič Puskin, quando si trovò nella medesima sua condizione esistenziale.

In Inghilterra, a Cambridge, durante gli studi universitari, oramai in esilio dal suo amato Paese, discutendo con un intellettuale, chiamato Nesbit, Nabokov rimane sorpreso e sconcertato per l’entusiasmo che questo intellettuale socialista dichiara di provare per l’illiberale e dispotico regime creato da Lenin, in cui ogni aspetto della vita sociale, umana e culturale ed economica è subordinato allo strapotere del partito unico. Con la creazione dei campi di concentramento, il silenzio imposto agli intellettuali critici verso il regime sovietico e la eliminazione dei presunti nemici del popolo ai tempi dello stalinismo, questa illusione coltivata dagli intellettuali di sinistra in Occidente si infranse e naufragò.

Nella parte finale del suo libro, interrogandosi sull’enigma legato alla nascita della coscienza individuale, Nabokov nota che l’Homo poeticus ha preceduto la nascita dell’Homo sapiens, volendo con ciò notare come la conoscenza sia nata dal sentimento di stupore verso la creazione sperimentato dalla mente umana. Un libro bello e profondo, imperdibile.

Vladimir Nabokov, “Parla, ricordo”, Gli Adelphi, 364 pagine