Una lezione dalla storia

Carlo Zen di Nicola Bergamo (Graphe.it edizioni, 15 euro), è un testo di grande attualità, se letto col pensiero a Benedetto Croce, quando disse e scrisse che la storiografia risponde sempre a domande del presente. Carlo Zen è l’eroe della guerra di Chioggia e, più in generale, del confronto militare, commerciale e politico fra Venezia e Genova, nel declinare dell’Impero di Costantinopoli, tra secoli XIV e XV. Nicola Bergamo è uno studioso di storia medievale, soprattutto un bizantinista. Il libro è, in buona sostanza, una riscrittura in italiano corrente d’un testo di Jacopo Zen, nipote dell’eroe di Chioggia: La vita di Carlo Zen, Gran Capitano de’ Viniziani, scritto nel XV secolo, con aggiunte che dovrebbero mettere a giorno quanto narrato nel Quattrocento con le acquisizioni della storiografia attuale. Però questo lavoro dell’accademico è un poco freddo, rispetto alla storiografia di un Benedetto Croce, il quale accademico non fu, ma intensamente inserito nella politica del suo tempo. Lo si legga, invece, alla luce di quanto ci accade attorno.

Il confronto fra la Serenissima e la Superba, coinvolgente anche Ragusa, in Dalmazia, repubblica marinara italiana troppo spesso trascurata dalla storiografia, si colloca nel quadro del declino dell’Impero di Romània, come allora il nome fu tradotto fedelmente in lingua italiana, e non bizantino. Infatti Bisanzio era il nome dell’antica colonia greca precedente alla fondazione della Nuova Roma da parte di Costantino. Al suo declino non fu estraneo quel contrasto d’interessi, sfociato in un effimero Impero Latino, poi riscattato dai Paleologhi, che tanto ha favorito, alla lunga, la conquista della megalopoli del mediterraneo da parte Ottomana. In poche parole, se, nell’Italia dell’epoca, Venezia, Genova, Firenze, Milano, gli Stati Sabaudi, Napoli, avessero saputo “fare sistema” invece di combattersi, sostenendo Costantinopoli, avrebbero potuto fare dell’Italia il centro politico ed economico del Mediterraneo, il che voleva dire l’Europa.

Invece, il Rinascimento fu un eccezionale fenomeno culturale, generato dalla dispersione degli eredi della tradizione antica fuggiti da Costantinopoli, ma non una rinascita politica. Vantarono l’eredità dell’Impero di Romània: Venezia, col suo Stato da Mar; l’Impero Ottomano, il cui Sultano s’aggiunse il titolo d’Imperatore dei Romani; l’Impero Russo, per trasmissione del titolo di Cesare da parte di Sofia Paleologina, figlia dell’ultimo Imperatore di Costantinopoli, Costantino XI, moglie di Ivan III Granduca di Mosca, al figlio Basilio. Occasione persa dall’Italia, che non seppe “fare sistema”. Essa ancora pesa sull’Europa: coll’imperialismo della Federazione Russa, che si sente ancora Terza Roma; coll’autoritarismo turco “neo-ottomano” di Recep Tayyip Erdoğan, il quale, con le forze armate più numerose, dopo quelle degli Stati Uniti d’America, nell’Alleanza Atlantica, ha condizionato l’ingresso del Regno di Svezia e della Finlandia nell’alleanza stessa. L’Unione europea è, per fortuna, più coesa dell’Italia che s’avviava verso il Rinascimento. Nel momento in cui, però.

Per difendersi, si va verso un opportuno rafforzamento dell’Alleanza Atlantica, con cui si portano a trecentomila uomini le sue forze di pronto intervento, l’Unione europea non può limitarsi a una costituenda brigata d’azione rapida. Questo indebolisce proprio la stessa Alleanza Atlantica. Si ricordi una battuta degli anni sessanta: “Qual è il peggiore difetto della Costituzione degli Stati Uniti? Che il presidente lo eleggono i nordamericani, e ce lo teniamo tutti noi!”. Abbiamo assistito, nelle ultime di quelle presidenze, a troppi cambi di visione politica. Ora occorre all’Alleanza un pilastro europeo supernazionale sufficientemente forte per garantire che la sicurezza europea resti sempre il centro effettivo, e non meramente formale, dell’interesse stesso dell’Alleanza Atlantica! Necessita che il processo d’integrazione europea sia un Risorgimento d’Europa, e non un mero Rinascimento. Torniamo, però, al testo.

Qualche volta Nicola Bergamo sorprende per alcune dichiarazioni semplicistiche in un bizantinista. Sull’origine della famiglia di Carlo Zen scrive: “La leggenda narra che (gli Zen) fossero addirittura imparentati con due Imperatori bizantini, Leone II e Zenone, dove la loro origine comune sarebbe stata la famiglia Fania di Roma. Queste notizie ci vengono riferite dal Capellari Vivaro che forse ricorda quello che veniva raccontato nella famiglia. Eppure tale commistione non poteva essere possibile visto che sia Zenone sia suo figlio Leone non avevano nulla di etnicamente romano, ma discendevano dalla stirpe degli Isaurici, un popolo bellicoso e considerato dai contemporanei come rozzo e barbarico”. Forse è così, però due circostanze potrebbero rendere possibili i due agganci. Quando Costantino il Grande fondò su Bisanzio la Nuova Roma, ne compose il Senato con Patrizi romani, e tra questi potevano benissimo esservi dei membri di quella gens.

L’Ἰσαυρία, poi, era una regione meridionale della penisola anatolica, e certamente vi vennero mandati ufficiali romani a presidiarla, visto appunto, l’indole barbarica degli abitanti, e quella gens fu, segnatamente, di militari. Come ha, di recente, poi, puntualizzato Sua Santità il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, in un messaggio in occasione di una benedizione elargita all’Unione della nobiltà bizantina – Ένωση της Βυζαντινής ευγένειας, istituita ad Atene nel 1912, sotto la protezione spirituale della Chiesa Ortodossa, l’ascrizione a una famiglia gentilizia, nel diritto dell’ Impero di Romània, poteva avvenire per matrimonio e anche per trasmissione matrilineare, non solo patrilineare, come nell’Occidente. Noi sappiamo essere usanza comune, per molti condottieri che ambivano salire la trono, aggregarsi a famiglie di patriziato romano, per avere in maniera più agevole il consenso del Senato.