Terra, acqua, individui e società

Si sono recensiti, da queste colonne, altri due libri di Maurizio Grandi, dedicati rispettivamente alla madre e al nonno materno. Sono qualcosa d’altro, come s’è sottolineato, di semplici biografie, stimolate dall’affetto. Questo indubbiamente c’è, ma intrecciato, inestricabilmente, con la storia, la società, il territorio del Piemonte e della Sardegna, perché il patriottismo, e sono testi intrisi di questo sentimento, è inesorabilmente legato con la terra dei Padri, e delle Madri, e le loro vite. Non sarebbe completo consigliare quelle letture singolari, se si saltasse il testo dedicato al padre, Cesare Grandi; alla sua terra, il polesine, a cavallo tra ferrarese e veneto; ad una sorta di genealogia sociale, profondamente politica, cioè connessa con le vicende sociali che hanno animato quel territorio, acquoso.

Qui si parte, prima che dalla storia, dal mito. Da Eridano, il figlio dato dalla dea Teti a Oceano. Dal vagare del Po in cerca d’uno stabile alveo, per scendere all’Adriatico in varie biforcazioni, così generando il Delta. I primi abitanti Pelasgi. Poi i Greci guidati da Diomede, l’eroe troiano, i quali, nel territorio di Spina, arginarono, scavarono canali, bonificarono. I Galli arrivarono ad Adria, che dominò il mare, poi, di fatti, chiamato Adriatico. Dopo i romani, i quali ripresero a scavare canali; ordinarono la terra con la loro tipica centuriazione. Adria fu municipio. La pianura solcata da strade consolari, la Popillia e l’Annia. Indi arrivarono i barbari, la popolazione della pianura si rifugiò nelle paludi. Giunsero monaci benedettini a bonificare. Nacque Pomposa. La via Annia divenne la Romea, cioè la via del pellegrinaggio a Roma. Su abitati precedenti sorse Ferrara, ed arrivarono gli Estensi, contrastati a settentrione, nel rovigotto, da Venezia. Da questo humus, pian piano, saltano fuori i Grandi.

Vennero dal parmense. Cavalieri nel secolo XIV. Confalonieri. A Ferrara nel quattrocento. Città lasciata un secolo dopo per la peste, per dominare diverse zone del basso ferrarese. A quell’epoca, alcuni furono archiatri della Serenissima e del Ducato, cominciando una tradizione nell’arte medica continuata, nel presente, proprio da Maurizio Grandi. Secondo un uso consueto, diversi rami si distinsero per soprannome. Infine, con l’unità d’Italia, la spaccatura tra nobiltà ed alta borghesia terriera, in gran parte appropriatasi delle terre, nei secoli XVIII, XIX e XX, rese disponibili dalla bonifica. I contadini divenuti per lo più braccianti. I Grandi, per “la virtù de’ cavalieri antichi”, dalla parte dei deboli, per organizzarli nei circoli e nel partito socialista. Fino a quel connubio col nazionalismo millenovecentesco che fu il fascismo. Anche qui non si fa menzione del più noto dei Grandi, Dino, per via della ripulsa che proprio il padre dell’autore ebbe per il cugino, il quale, con quel noto ordine del giorno, provocò la destituzione di Benito Mussolini e la fine del regime. Atto apparso, all’idealismo testardo del cugino Cesare, null’altro che opportunismo. Eppure Dino, presente come osservatore la congresso di fondazione del Partito liberale italiano, come riportato dal Giornale d’Italia di giovedì 12 ottobre 1922, dopo aver affermato il fascismo essersi “appropriato (della) concreta e storica funzione del socialismo”, per realizzare la “rivoluzione della povera gente”, invita Giovanni Borrelli, per tanta parte autore della costituzione di quel Partito liberale: “questo nobile assertore dell’onestà e del patriottismo sincero, a seguire l’esempio della maggior parte dei suoi seguaci di ieri e cioè a venire con noi”.

Perché sopra aveva ravvisato nel nascente Partito liberale italiano “un partito d’opposizione borghese e conservatrice”. Questo è di grande attualità, ad un secolo di distanza. Nel momento in cui la Destra è a capo del governo, si presenta come forza conservatrice alla guida d’una democrazia liberale. Proprio ora, avrebbe estremo bisogno, per rafforzare questa immagine, di cooptare con se proprio il Partito liberale italiano, che fu creatura di Giovanni Borelli, ed oggi è retto da Roberto Sorcinelli.