Jean Baudrillard è convinto che la peculiarità dell’essere vivente sia di non arrivare al limite delle sue possibilità, mentre l’oggetto tecnico sarebbe in grado al contrario di esaurire tali possibilità, servendo compiutamente per tutto quanto è stato progettato e realizzato. L’esame che Günther Anders conduce della morale comune e delle caratteristiche essenziali del totalitarismo, ivi inclusa quella forma peculiare di totalitarismo che a suo avviso contraddistingue le democrazie occidentali, sembrano prendere le mosse da una simile differenza.
In un breve volume curato da Lisa Pizzighella che raccoglie brevi scritti e conversazioni (Il mondo dopo l’uomo, Tecnica e Violenza, Mimesis editore, Milano 2008), possiamo avere una quadro riassuntivo delle sue convinzioni su questi temi, ma già nel primo volume de L’uomo è antiquato, che può essere considerata come l’opera che meglio riassume la sua filosofia, egli sottolinea come la tecnologia non sia uno strumento neutrale nelle mani dell’uomo, quanto piuttosto uno strumento che è in grado di forgiare l’umanità a suo uso e consumo, mutando radicalmente le forme e le modalità delle sue occupazioni e attività.
Se la filosofia heideggeriana aveva cercato di rendere lo specifico umano centrale nella stessa visione del mondo che l’umanità poteva avere di se stessa, la tecnologia rischia invece di favorire l’insorgere di una visione del mondo in cui l’uomo è marginale a se stesso: non più “pastore dell’essere”, ma strumento tra altri strumenti, ovvero un elemento utilizzatore di un qualcosa d’altro che non è più radicalmente dissimile sotto il profilo metafisico.
In quanto ridotto a strumento che si realizza nella produzione di altri strumenti, l’uomo ne può secondo Anders creare di incontrollabili. Per esempio, nulla possiamo in effetti contro le armi di stermino che abbiamo prodotto, dato che annientare un simile potere di distruzione è praticamente impossibile. Ci troviamo quindi nella condizione paradossale di essere strumenti dei nostri strumenti, che risulterebbero per la prima volta indistruttibili e in grado d’imporci di rigenerarli all’infinito. Gli effetti delle nostre azioni sembrano in questo senso irreversibili: essi “si espandono impassibilmente, proprio come si dilatano sempre di più i cerchi che noi creiamo lanciando un sasso in acqua”. La nostra maledizione, secondo Anders, non consiste più, come fino a poco tempo fa, nel fatto “che siamo condannati ad un’esistenza finita e quindi alla mortalità”, ma consiste al contrario nel fatto “che non possiamo arginare o recidere l’illimitatezza e l’immortalità degli effetti del nostro agire”.
Chi si prepara a compiere eccidi e stragi attraverso l’uso di armi di distruzione di massa dovrebbe essere messo in condizione di non nuocere prima che possa passare all’azione. Questa convinzione sta alla base della sua concezione del pacifismo, che ha influenzato anche diversi filosofi con altre formazioni filosofiche. Anche in virtù della radicalità delle sue posizioni, i libri di Anders sono letti e studiati in diverse università italiane ed europee e il tipo di pacifismo da lui proposto è di solito ben presente e attivo in chi manifesta nelle strade e nelle piazze di molte città occidentali.
Il fatto che oggi molti esseri umani accettino di ucciderne altri come se si trattasse di una mera conseguenza del progresso è per lui il sintomo di una grave ipocrisia, tanto che i veri pacifisti non dovrebbero limitarsi a proclamare i loro principi con delle azioni di protesta, ma passere all’attacco e alle vie di fatto cercando di colpire e sconfiggere i responsabili di guerre destinate a rivelarsi non meno tragiche di quelle provocate prima da Hitler in Europa e poi da Kennedy e Johnson in Vietnam. Per Anders non bisognerebbe, cioè, limitarsi a disarmare o privare del potere chi si arroga il diritto di uccidere, ma si dovrebbe cercare di eliminarlo, e dal suo punto di vista cercare di uccidere Kennedy o Johnson non sarebbe stato meno legittimo che cercare di uccidere Hitler.
Persino chi accetta di realizzare o utilizzare, in qualità di scienziato, tecnocrate o politico, impianti nucleari pacifici dovrebbe non “sentirsi più sicuro della propria vita”. Tutti costoro dovrebbero invece sentirsi esposti a un pericolo analogo a quello cui sottopongono gli altri ed essere trattati dai veri pacifisti così come i partigiani trattarono i nazisti. I veri pacifisti non dovrebbero, cioè, limitarsi a una resistenza non violenta, ad happenings o manifestazioni di protesta, ma dovrebbero usare la violenza per prevenire quella che sono disposti ad usare tutti coloro che accettano di produrre, acquistare o utilizzare mezzi di distruzione di massa, anche quando concepiti per un uso pacifico.
In quest’ottica, tutti quei cittadini della Repubblica Federale tedesca che accettarono supinamente che fossero disposte sul loro territorio armi americane che erano in grado di minacciare l’Unione sovietica, criticando nel contempo i pacifisti come agitatori, si resero secondo Anders complici di una politica non meno scandalosa di quella di cui si resero responsabili i petainisti francesi vassalli di Hitler.
Poiché oggi la minaccia della guerra è totale, anche la reazione dei veri pacifisti contro la guerra dovrebbe essere totale e globale: “Uno non può e non deve diventare o essere o restare ad ogni costo avvocato della non violenza, poiché i minacciati e gli aggrediti, e questo lo prevede non solo il Diritto Internazionale ma anche il Diritto Canonico, sono autorizzati e persino obbligati alla legittima difesa contro minacce di violenza e ancor più contro atti di violenza”. Per questo, chi è contro il nucleare dovrebbe combattere una battaglia difensiva contro questa minaccia, esercitando il diritto a una contro-violenza anche se illegale, dato che “lo stato di necessità legittima l’autodifesa, la morale infrange la legalità”.
Gli Hitler di oggi non sono meno pericolosi di quelli del passato e secondo Anders gli Hitler di oggi sono tutti coloro che producono, commerciano e detengono armi di distruzione di massa, senza alcuna differenza sostanziale tra gli uni o gli altri. Come non si è potuto sconfiggere Hitler in passato con i soli strumenti non violenti, non si potranno sconfiggere senza ricorrere alla violenza i nuovi Hitler contemporanei, che sono presenti tanto nel mondo democratico quanto in quello esplicitamente totalitario. Già ne L’uomo antiquato Anders contestava infatti che dopo la vittoria dei mass media esistesse ancora la democrazia, mentre “è proprio dell’essenza della democrazia – spiega poi Anders rispondendo a una domanda specifica di Mathias Greffath durante una conversazione inclusa nel volume citato - il poter avere un’opinione, e il poter esprimerla. Per esempio in America, dove ho vissuto per quattordici anni, non ho mai potuto esprimerla. Da quando ci sono i mass media e da quando i popoli del mondo siedono confinati davanti al televisore, vengono riempiti di opinioni. L’espressione «avere una propria opinione non ha più senso». Coloro che vengono rimpinzati non hanno affatto la possibilità d’avere una propria opinione”.
Tutta l’analisi di Anders si basa quindi su alcune equiparazioni cardinali: quella (1) tra regimi totalitari e paesi democratici in cui i cittadini sono ormai eteroguidati dai media; quella (2) tra le guerre provocate da regimi totalitari e quelle che si sono rese necessarie per opporsi all’espansione di tali regimi; quella (3 )tra la violenza di chi produce, commercia, detiene o utilizza armi di distruzione di massa e quella esercitata dai nazisti o complici del nazismo; quella (4) tra il pieno diritto dei veri pacifisti a usare violenza contro chi si è predisposto a usare tali strumenti di distruzione e il diritto dei partigiani di usare la violenza per sconfiggere il nazifascismo.
Da queste equiparazioni deriva per Anders non solo la piena legittimità a manifestare contro ogni guerra oggi possibile - come se la parti in guerra fossero tutte ugualmente delegittimate quando esse possono essere combattute con armi di distruzione di massa - ma anche il pieno diritto di ricorrere alla violenza per evitare che ciò sia possibile, e cioè il pieno diritto di ricorrere alla violenza contro le forze dell’ordine e contro lo Stato, anche se formalmente democratico, nelle manifestazioni che possono essere organizzate in maniera efficiente per conseguire il proprio obiettivo autenticamente pacifista.
Non si può tuttavia non osservare che nessuna delle equiparazioni su cui si fonda il ragionamento di Anders è corretta: non lo è la prima (1), perché per quanto il potere dei media nelle società democratiche sia sempre più influente e spesso decisivo questo non impedisce di formarsi idee diverse e di poterle esprimere senza essere arrestati o uccisi, come avviene invece regolarmente nei regini totalitari; non lo è la seconda (2) perché la guerra intrapresa da Hitler e da Stalin per spartirsi la Polonia non ha lo stesso significato né la stessa legittimità di quella intrapresa dagli alleati per opporsi all’espansionismo nazista, e perché le motivazioni che indussero gli Stati Uniti a entrare in conflitto col Vietnam del Nord non furono quelle di allargare il proprio territorio, ma quello di non perdere un alleato ritenuto prezioso nel contesto di una guerra fredda in cui ogni casella dello scacchiere strategico-militare era considerata, a torto o a ragione, virtualmente decisiva da entrambe le superpotenze in latente conflitto. Per quanto ci sia stato allora un grave errore di valutazione da parte degli Stati Uniti rispetto al computo dei vantaggi e degli svantaggi in termini umanitari e strategici, tale errore non è equiparabile al disegno espansionistico di Hitler; non lo è la terza (3), perché le armi possono avere una funzione di deterrenza difensiva e una funzione offensiva, e ritenere che si debba rinunciare alla prima funzione nei paesi dove l’ideologia pacifista può manifestarsi e risultare persuasiva vuol dire soltanto, dato che ciò non può verificarsi nei regimi totalitari, cercare di dare a questi ultimi un rilavante vantaggio militare; e non lo è infine la quarta (4), perché l’uso della violenza contro lo Stato e i suoi pubblici funzionari e rappresentanti è legittima solo quando i cittadini non dispongono del diritto di far sentire la loro voce e di cercare di convincere delle proprie opinioni altri cittadini in modo pacifico, ma quando questo è possibile, come nei paesi democratici, l’uso della violenza è solo un tentativo praticato da una minoranza per sottrarre alla maggioranza il potere che ha legittimato nelle urne elettorali.
A ben vedere, le equiparazioni proposte da Anders non sono una novità, ma sono un classico nel repertorio di argomenti cari alla sinistra marxista e post marxista. Anche quando, negli anni 70, qualche illustre intellettuale italiano dichiarava di non stare né con lo Stato né con le BR, stava proponendo un’analoga equiparazione, che per fortuna non venne assecondata dalle più significative forze politiche della sinistra parlamentare, ben più sagge e mature di molti loro intellettuali di riferimento.
In linea generale, le equiparazioni proposte da Anders hanno come effetto principale quello di porre sullo stesso piano paesi democratici e dittature più o meno criminali, con l’intento, o comunque l’ulteriore conseguenza, di fornire alle seconde un ulteriore vantaggio rispetto alle prime, che hanno già quello non trascurabile di non dover fare i conti con un fronte interno che possa farsi valere. Mentre infatti nelle dittature le voci pacifiste sono represse con arresti di massa e assassini mirati, come sta avvenendo da tempo in Russia, checché ne dica Anders nelle democrazie occidentali queste voci hanno sempre avuto modo di far sentire le proprie ragioni e di avere una grande influenza sull’opinione pubblica e sulle circostanze politiche, come attestano, ed è solo l’esempio più illustre, le proteste pacifiste che si svolsero proprio durante la guerra del Vietnam, che possono essere annoverate come una delle principali concause della sconfitta degli Stati Uniti.
Per quanto il ragionamento di Anders costituisca anche, in un’ottica peraltro simile a quella già proposta da Marcuse e da altri esponenti della Scuola di Francoforte, una critica seria e fondata ad alcuni aspetti critici della civiltà capitalista occidentale, le sue equiparazioni plurime tra regimi totalitari e democrazie - in quanto produttrici e utilizzatrici di armi di distruzione di massa - non tengono conto della semplice circostanza per cui è sufficiente che qualcuno nel mondo ne disponga per costringere altri a rifornirsi di simili armi per ragioni di deterrenza.
C’è poi almeno un altro dato che dovrebbe far riflettere i seguaci più o meno diretti e consapevoli di un simile maestro, epigono di molti altri che negli anni settanta strizzavano l’occhio a terroristi ed estremisti d’ispirazione marxista. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale abbiamo assistito a diversi tipi di conflitto: dittature contro democrazie e dittature contro altre dittature, ma non democrazie contro democrazie. Poiché infatti i governi di queste devono rendere conto del loro operato ai rispettivi popoli, e questi non vogliono partecipare a guerre se non quando strettamente necessarie per ragioni difensive rispetto a consolidati sistemi di alleanze, e poiché nessuna democrazia ha dei disegni imperiali da realizzare a scapito di altre, queste non tendono a combattersi tramite conflitti armati e non hanno bisogno di produrre armi per farlo. Hanno però bisogno di armi efficienti e moderne per potersi difendere da società politiche tradizionalmente non democratiche, come quella russa, quelle islamiche e alcune altre in Oriente, che sono spesso, per diverse ragioni, inclini a dar vita a politiche espansionistiche.
In un simile contesto storico, la recente politica dell’attuale amministrazione degli Stati Uniti rischia in effetti di far crollare l’alleanza che aveva fino ad oggi tenuto unito l’Occidente per favorire la nascita di un nuovo ordine mondiale. Sono ormai numerose le circostanze in cui Donald Trump è sembrato disposto a tradire i valori cui s’ispira ogni liberaldemocrazia, tanto che, secondo alcuni osservatori, potrebbe rivelarsi propenso a portare a compimento quel multipolarismo politico ed economico, auspicato da Mosca e Pechino, che configurerebbe una tripartizione del mondo tra superpotenze diversamente totalitarie.
Se un simile scenario dovesse malauguratamente realizzarsi, la visione di Anders e dei suoi seguaci più o meno consapevoli – alcuni dei quali immortalati dai filmati di qualche Tg mentre erano intenti ad accendere cassonetti o frantumare vetrine - ne risulterebbe allora corroborata e la sconfitta delle democrazie su scala mondiale testimonierebbe la lungimiranza di questo “cattivo maestro”, pur rafforzando nel contempo la convinzione che una simile sconfitta possa essere imputata anche a lui e a quelli come lui, ovvero al tradimento della nostra comune civiltà politica da parte di molti chierici vecchi e nuovi.
(*) Günther Anders, Il mondo dopo l’uomo, Tecnica e Violenza, Mimesis editore, Milano 2008.
Aggiornato il 20 gennaio 2026 alle ore 12:29
