“My Father’s shadow”: l’illusione democratica

Domanda: come mai quelli che dicono di amarci più di ogni cosa al mondo, poi non li vediamo quasi mai? Passi per Dio, che ha così tanto da fare: ma quando si tratta di nostro padre, il marito di nostra madre, quasi sempre assente per tutto il tempo della nostra infanzia, come si spiega? E, soprattutto, chi lo può spiegare ai suoi due figli maschi ancora piccoli, Remi (Chibuike Egbo) undicenne, e Akin (Godwin Egbo) di soli otto anni, se non il loro stesso padre, Folarin (Sope Dirisu, molto bravo nella parte)? Ed è su questa storia tanto umana, incrociata a quella molto più disumana di una dittatura militare nigeriana, colpevole della distruzione della speranza democratica e dell’annientamento degli oppositori disarmati a Bonny Camp, che si snoda My Father’s shadow (da oggi nelle sale), il racconto di un viaggio di riconciliazione padre-figli, visto con gli occhi bicolori e bi-nazionali, anglo-nigeriani, del regista Akinola Davies Jr. E il film è un fertile seminato di pietre miliari socio-politiche e affettive, distinte e distanziate, in cui il tracciamento della linea continua e segmentata tra i vari punti è delegata allo spettatore, munito di ago e filo e di un meccanismo divinatorio. Finalmente, una Nigeria profonda, incrocio tra città e campagna, come non l’avevamo mai vista, tradotta per noi da occhi innocenti, infilati all’interno di autobus rugginosi e così tanto affollati di colori, voci e umanità, che il piccolo Akin va a finire sulle ginocchia di una robusta maman in costume tradizionale. Mentre tutt’intorno a lui esplode uno sfrenato chiacchiericcio socio-politico, che ha i toni sempre troppo alti di chi è cresciuto per decine di millenni in spazi verdi immensi, dove il chiamarsi, il ritrovarsi era il frutto di voci potenti che si incuneavano nel verde fitto delle foreste, assieme alle cupe sonorità di immensi tronchi cavi scossi dal ritmo delle mazze.

E questo, in fondo, in chiave moderna, è il viaggio a Lagos di un padre in compagnia dei suoi figli bambini, che ci fanno da diaframma incontaminato per una visita inedita nei quartieri della capitale, che crepitano di povertà vociante e colorata, dei mille mestieri da strada dei venditori di street food e di dolciumi, che per i due fratellini fanno funzione di altrettante uova pasquali, una sorpresa dopo l’altra, un gusto nel gusto come tante poupée russe incastrate in sapori inconsueti. Ed è l’aritmia specificatamente africana del viaggio, su piste polverose cariche di dossi e buchi come la vita dei loro abitanti, che si procede a piedi fasciati in sandali aperti, e più spesso issati a bordo da qualche buon samaritano su veicoli privati malridotti, pick-up e mezzi vari di trasporto. Il tutto, sempre variopinto e vario come un mondo perduto vegetale e animale, sospinto senza grandi rimpianti fuori dalle decine di migliaia di baracche e di edifici sempre un po’malmessi, malgrado le immense ricchezze energetiche della Nigeria, che però appaiono scarse più dei diamanti. E queste assurde privazioni ci vengono impietosamente tradotte dagli sguardi meravigliati di Remi e Akin, mentre osservano stupiti le liti e le interminabili file in prossimità dei pochi distributori di benzina funzionanti. E proprio per questo, Folarin è costretto a trattare con l’improvvisato tassista il prezzo della corsa, che varia e sale proporzionalmente alla scarsità di carburante.

Così, dopo essere stati prelevati a sorpresa dal padre, mentre erano in casa a sbrigarsela da soli, dato che la loro madre (laureata!) li aveva lasciati per andare al lavoro nel vicino villaggio, i due bambini seguono il genitore in un indimenticabile viaggio in città. Con tanto di bagno al mare e assalto a un balenottero spiaggiato da parte di una turba scatenata di predatori golosi e affamati, mentre sulla spiaggia si consumano le confessioni a quattr’occhi padre-figli, in cui è l’adulto a essere messo all’angolo dalla richiesta spietata e innocente di giustificare le sue prolungate assenze dalla casa di famiglia e, soprattutto, dalla loro madre bellissima, che ha rinunciato a carriera e successo per amor suo. La giustificazione è sempre quella, disarmante, della ricerca di pane e lavoro (duro e sempre malpagato, in assenza di veri sindacati e di norme per la tutela e la sicurezza dei lavoratori), che la città sa offrire, malgrado, e forse proprio per questo, il marasma esistenziale e il movimento caotico di merci e persone che la scuote e percuote in ogni ora del giorno. E Folarin accompagnato dai suoi figli andrà senza esito alla ricerca del contabile, responsabile dell’azienda per la quale lavora, nella vana speranza di recuperare quattro mesi di salario arretrato.

Ma intanto, sarà proprio lui, il gigante buono alto, forte e robusto, a mostrare involontariamente il suo tallone d’Achille, non riuscendo a nascondere ad amici, uomini in divisa e ai suoi bambini il bruco biologico che lo fa sanguinare dal naso, senza che nessun trauma apparente lo abbia provocato. Veleni sul luogo del lavoro, o una malattia incurabile del sangue di cui solo lui è a conoscenza? Intanto, la marea umana di un ordinario caos urbano africano è turbata e solcata dal colore delle alghe marce dei camion militari del trasporto truppe, che guardano con odio (ricambiato dalle loro vittime) uomini e adolescenti, ben sapendo che in ognuno di loro si potrebbe nascondere un oppositore o un futuro nemico. E tale è Folarin, troppo affascinante per non avere belle amanti in città, che i suoi amici e sodali di partito chiamano con rispetto “kapò”, attivista impegnato nella campagna del candidato socialdemocratico Moshood Kashimawo Olawale Abiola, il quale, nel pieno della festa per la sua scontata vittoria, subirà l’onta della sconfitta a tavolino ad opera della giunta militare, che invaliderà le prime elezioni democratiche del 1993 con la scusa di presunti, inesistenti brogli. E sarà proprio a causa dei disordini provocati dalla dichiarazione dei responsabili del regime che i due bimbi assisteranno alle drammatiche sequenze dell’arresto del loro padre, poi rilasciato per mancanza di riscontri. Sapevate che il colore del lutto in Nigeria è il “blu”?

Voto: 8,5/10

Aggiornato il 06 febbraio 2026 alle ore 13:07