“False confidenze”: l’arte di denegare

Che cos’è dunque l’arte della “Denegazione”? Semplice: negare ciò che si desidera profondamente, affinché il destinatario si accomodi soddisfatto su questa negazione apparente. Pierre de Marivaux maschera un concetto simile nella sua commedia del 1737, Le false confidenze, in scena al Teatro Argentina fino al 3 maggio, per la regia di Arturo Cirillo. L’opera è considerata, tra l’altro, il manifesto del cosiddetto “marivaudage”, uno stile raffinato che analizza le sottigliezze psicologiche dell’amore nascente e i conflitti tra sentimenti e convenzioni sociali. Come tutte le storie, l’opera di Marivaux costruisce una rete di caratteri su ognuno dei quali, come gusci di creta, vengono depositati a strati gli stati di coscienza, dal più profondo al più superficiale. Sicché l’arte del vivere è proprio saperli miscelare, in modo da confondere chi non si ama e, viceversa, esaltare il soggetto del proprio amore. Così Dorante (Giacomo Vigentini), giovane acculturato e membro squattrinato di una comunità di alta borghesia e nobiltà, si trova a doversi cercare un buon lavoro come segretario, presso la ricca vedova borghese Araminta (Elena Sofia Ricci), di cui è per di più perdutamente innamorato. Sociologicamente, anche questa commedia di Marivaux dell’inizio del XVIII secolo, pone l’accento sulla progressiva decadenza della nobiltà (non solo francese), parassita, improduttiva e sempre più in difficoltà finanziaria, che cede inesorabilmente il passo alla borghesia e alla sua fiorente industria nascente delle professioni liberali, dei commerci e della produzione di beni. Infatti, a raccomandare Dorante presso la ricca signora è proprio il procuratore legale di lei, il signor Remy (Rosario Giglio), zio di Dorante che, tra l’altro, è a caccia di un buon partito, dotato di ricca dote, per suo nipote.

Per Remy, la prima candidata alla bisogna è Marton (Giulia Trippetta), ragazza tuttofare assunta come forma di beneficienza da Araminta, e alla quale il Conte (Giacinto Palmarini) ha promesso una lauta ricompensa contando su di lei per condurre a buon fine il matrimonio con la vedova, sua controparte in una controversia per la proprietà di un terreno. Così, non rendendosi conto delle aspirazioni ben più ambiziose del nipote, lo zio celebra un rito improvvisato quanto improvvido di fidanzamento tra Marton e Dorante, preso in trappola da una situazione per lui molto imbarazzante. Per sua fortuna, prima di incontrare Araminta, accanto a lui si era materializzato il grande maestro di inganni attraverso le false confidenze, nella persona di un suo ex domestico, Dubois, che lo stesso Dorante era stato costretto a licenziare, pur essendogli molto affezionato, perché non più in grado di pagargli lo stipendio. Ed è proprio il suo fedele ex collaboratore a fare da tramite e da mediatore, attraverso l’arte della falsa confessione, in grado di pilotare magistralmente il suo giovane datore di lavoro a conquistare la matura vedova e a sposarla. La prima di queste false confidenze, il cardine sul quale si orientano tutte quelle successive, è di far credere ad Araminta che il povero giovane sia uscito di senno per qualche amore disperato e non corrisposto e che, quindi, pur essendo un ragazzo d’oro, non era adatto al mestiere di segretario della ricca donna. La quale, ovviamente, colta sul vivo nell’aspetto femminile della difesa del debole innocente, se ne guarda bene di assecondare Dubois, assegnando l’incarico a Dorante.

E lui, grato della scelta, si fa apprezzare per la sua lealtà, consigliando alla vedova di andare fino in fondo al contenzioso con il Conte per l’accertamento dei diritti di proprietà, disattendendo la volontà della signora Argante (una brillante Orietta Notari), madre di Araminta, che invece vuole al suo posto una persona raccomandata dal Conte, al quale sogna di dare in moglie sua figlia, coronando cotanta ricchezza con un bel titolo nobiliare. Anche qui, viene ritratta alla perfezione una borghesia che scambia agiatezza per un titolo di nobiltà a lei alieno per nascita. La commedia, in fondo, punta a esaltare la rivincita sociale dell’umile, ma talentuoso, sia sul ricco senza merito, che sul nobile parassita di nessuna qualità. E poiché fantasia e astuzia sono doni personali e non “di casta”, il vero protagonista moderno della commedia è proprio Dubois, che utilizza lo strumento psicologicamente sofisticato delle false confidenze, per costruire pazientemente le forche caudine a danno del pregiudizio, addirittura provocando una torsione degli eventi a lui sfavorevoli. Come possono esserlo la confusione ingenerata da un ritratto commissionato in segreto da Dorante, del quale però viene in possesso Marton, credendolo suo, per poi aprirlo al cospetto di Araminta che si riconosce immediatamente nell’immagine del dipinto.

Oppure l’irruzione a sorpresa, alla presenza del nipote e della signora, di zio Remy per informare che una signorina dotata di ricca dote è disposta a fidanzarsi con lui, suscitando la gelosia segreta di Araminta. Così come si riconverte in atto d’amore la lettera segreta a un amico, sequestrata da Marton e letta in pubblico alla presenza di tutti i protagonisti della commedia, in cui Dorante confessa il suo amore per la ricca vedova, e si dice pronto ad abbandonare la sua casa per non comprometterla. Cosicché, Dubois convince la donna a costringere il suo giovane innamorato a confessarle il suo sentimento, in modo da poterlo allontanare immediatamente per fatto conclamato, mentre gli detta provocatoriamente una lettera per il Conte in cui si dice pronta a sposarlo. Cosicché tutto risulta magistralmente funzionale, soprattutto l’imprevisto, per l’architetto della trama, il servo Dubois, che conta proprio sulla resilienza di Dorante, di cui gli erano ben note le doti d’onestà e di carattere, in grado di trattenere il sentimento d’amore fino a farsi male. Doti che, manco a dirlo, faranno crollare la diga di distanziamento formale tra la bella Araminta e suo giovane alfiere, che deciderà di sposare a dispetto dei santi, ovvero di sua madre e del Conte. Mentre Marton altro cuore umile, riuscirà addirittura a perdonare Dorante, felice per il suo sogno realizzato. Chapeau, Signor Dubois!

(*) Le foto di scena sono di Manuela Giusto

Aggiornato il 21 aprile 2026 alle ore 13:31