Ricordando un terremoto, in una terra che poco vende e moto dona

Nel 2022 Claudio Calzana tornò in Irpinia, dove era stato come volontario dopo il terremoto del 1980, e il suo viaggio, attraversato da ricordi e da incontri, gli consente di rievocare atmosfere premonitrici, smarriti silenzi, paesaggi dolenti che imploravano una preghiera. Nel paese di Teora era stato accolto da un freddo implacabile e sordo. La terra era scivolata a valle, le case ne avevano travolte altre, tanto che le poche superstiti “sembravano in colpa per aver retto alla furia”.  

Le macerie celavano persone e cose e tutta quella distruzione sembrava “l’offesa di un nume arrogante”, tanto da portare alla memoria dell’autore il Dialogo della Natura e di un Islandese di Giacomo Leopardi. L’islandese vi si lamenta perché “la serenità ordinaria del cielo è compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento di tutto il paese”. La promessa di felicità che ci ha fatto è fallace, “tanto ci è destinato e necessario il patire”. La natura alla fine confessa che nemmeno si avvedrebbe se le capitasse di seppellire tutta la specie umana, perché catastrofi e terremoti sono tali solo per noi, fino a quando un “fierissimo vento non ci avvolgerà in un superbissimo mausoleo di sabbia”.

Dopo tanti anni, il ritorno a Teora consente all’autore di ripercorrere in modo catartico quell’esperienza per via narrativa. Quando vi si era recato subito dopo il terremoto si era portato dietro persino dei libri, nella convinzione di trovare il tempo per studiare. Poi la terra distrutta, le sofferenze e i silenzi non alimentarono quel suo desiderio, che lasciò il posto all’eco del lamento di Giobbe: “Dov’è la mia speranza. Qualcuno ha visto il mio bene?”.

Eppure, là dove la morte si prende la scena, e con essa il dolore, altrettanto accade alla vita e all’amore. Il ricordo di Lucia, una bella ragazza di Teora, gli fa così tornare in mente i versi di Guido Ceronetti: “I corpi li unisce il piacere, le anime la pena”. Un giorno l’aveva accompagnata a cercare di recuperare qualche ricordo tra le macerie della sua casa. Salendo dei gradini a vista, senza parete, tra scricchiolii e avvisaglie di rovina, furono sorpresi “da una scossa secca, maligna”. Ci fu un grido e lei fuggì di corsa. La ritrovò poi di sotto che piangeva e allora “ci fu un abbraccio, lungo, eterno”, che “forse altrove sarebbe stato amore”.

Le giornate a Teora era fatte di “emergenze improvvise e qualche invenzione per risolvere problemi. Si dormiva poco, quattro-cinque ore per notte, ma non si era mai stanchi, l’energia sembrava infinita”. Di sera, sotto il peso di una coltre di stanchezza, le chiacchiere tra compagni che la sorte aveva fatto incontrare lasciavano talora spazio, sotto una tenda gelida, a considerazioni più generali. Per esempio, a come che in fondo fossero stati i terremoti ad aver fatto l’Italia… altro che i Savoia! E insieme all’Italia avevano segnato il destino e il carattere di molti grandi italiani.

Se in un paese dove si era costruito troppo, spesso in modo capriccioso e arbitrario, i terremoti l’avevano fatta da padroni, essi avevano infatti anche segnato la vita e il carattere di alcune grandi personalità della nostra storia culturale, di figure umane d’intellettuali che avevano poi dato un contributo importante, se non per certi versi decisivo, alla storia del nostro Paese. Basti qui ricordare Benedetto Croce, che il 28 luglio 1983 era rimasto, solo diciassettenne, sotto le macerie provocate dal terremoto di Casamicciola, dove perse la madre Luisa, il padre Pasquale e la sorella Maria. Lui “ne uscì con diverse fratture e in preda a una forma depressiva che lo accompagnò per tutta la vita”, tanto che, in tarda età, poteva annotare le seguenti parole: “Solo per questo desidero la morte, perché finirò di ricordarmi di quella notte”.

Ma si potrebbe menzionare, sebbene nel libro non se ne parli, anche Gaetano Salvemini, che il 28 dicembre 1908 perse la moglie, i cinque figli e la sorella nel devastante terremoto di Messina. Lui si salvò solo perché, nell’apice del sisma, si era affacciato alla finestra, dove venne protetto dalla robusta struttura del cornicione. Oppure Ignazio Silone, “che visse sulla sua pelle la scossa del gennaio 1915 nella Marsica, e che ebbe poi a scrivere queste righe emblematiche: “In una contrada come la nostra, in cui tante ingiustizie rimanevano impunite, la frequenza dei terremoti appariva un fatto talmente plausibile da non richiedere ulteriori spiegazioni. Nel terremoto morivano ricchi e poveri, istruiti e analfabeti, autorità e sudditi. Il terremoto realizzava quello che la legge a parole promette e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza di tutti”.

Anche Wolfang Goethe, ricordando il terremoto di Lisbona del 1755 – quello che distrusse l’intera città in cinque minuti e di cui parla anche Voltaire nel Candide usandolo come pretesto per ironizzare sulla filosofia di Leibniz – lo descrive in modo sempre attuale: “Sessantamila persone, ancora un istante prima tranquille e soddisfatte, vanno insieme incontro alla rovina, e il più felice fra loro va considerato colui che della tragedia non serba né coscienza né percezione”. Quel terremoto fu in effetti tanto violento e spaventoso che persino Giacomo Casanova – allora recluso ai Piombi di Venezia, cioè a duemila trecento chilometri di distanza – mentre stava in piedi guardando in alto verso l’abbaino vide l’enorme trave sopra la sua testa oscillare, spostandosi verso destra per poi tornare indietro con un movimento lento e ininterrotto.

A Teora, nei giorni successivi alla tragedia, alcune case abbandonate si ostinavano a rimanere in piedi anche aperte, tagliate. Seduta su una sedia che su affacciava sul vuoto una vecchia fissava attonita il suo sguardo sulle rovine: “Non c’era modo di farla sgombrare. Se n’era rimasta lì, al suo posto, e a dispetto era diventata di cera”. Tutto intorno “era diventato spaesato”. Con i loro pavimenti sollevati, con le pareti piegate, le case costruite con tanto sacrificio seppellivano i vivi.

Forse il ricordare simili tragedie scrivendone può anche a distanza di tempo depurare il dolore. Ne era convinto Immanuel Kant, secondo il quale la scrittura può aiutare l’oblio perché allontana da chi scrive la cosa da dimenticare, ma prima ancora anche Platone, convinto com’era che la scoperta della scrittura avesse tra i suoi più notevoli effetti quello “di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno”. Ma l’oblio ha costituito un obiettivo dignitoso e a suo modo salvifico per molti altri scrittori e filosofi: “Beati quelli che dimenticano” – scrive Nietzsche –, e “senza oblio si è solo pappagalli”, annota Valery nei suoi Quaderni.

Tra quelle macerie di allora, abitate da gatti, sopravvissuti e volontari, sembrava quasi che il tempo si fosse messo subito all’opera per preparare una forma di oblio. Dopo tanti anni, quell’oblio traspariva ancora da espressioni recise, dai gesti laconici, dall’intensità degli sguardi. A Sant’Angelo dei Lombardi, nel settembre del 2022, un anziano “se ne stava per suo conto, accanto a un Apecar parcheggiato”. Non decantava la sua merce, come fanno molti venditori: “Di taglia minima, vestito alla buona, un cappello a velare gli occhi, l’uomo non alza nemmeno lo sguardo al panorama che si staglia di sotto. Poggia sul bastone, curvo e assorto, il mento sulle mani, gli occhi bassi”.

All’autore quell’anziano ricorda l’Irpinia intera, “una terra che per visitarla devi proprio volerci andare, o magari ci inciampi durante un viaggio illustre, e allora scopri splendidi popoli e luoghi. Una terra che non proclama quant’è bella, non si mette in ghingheri per turisti e avventori, non sgomita per avere attenzione”.

Così Claudio Calzana, l’autore di questo libro e il narratore di queste storie, decise di attraversare la strada per vedere cosa vendeva quel vecchio silenzioso: erano peperoncini sottili e verdi, e ne aveva una caterva. Allora ne chiese un po’, giusto per assaggiarli, e con fare misurato l’uomo ne stipò una manciata in un sacchetto. Le sue uniche parole si limitarono a scandire il prezzo: un euro. Ne ricevette due. A Bergamo, dalle sue parti, cioè dove Calzana è nato e ancora vive, i peperoncini di Sant’Angelo rallegrano pietanze e sapori e nel loro gusto fiero si può trovare “traccia di una terra che poco vende e molto dona, un frammento d’anima, un’appartenenza schietta”.

(*) Claudio Calzana, Ritorno in Irpinia, 2023, 200 pagine, 15 euro.

Aggiornato il 23 aprile 2026 alle ore 09:40