Come ho più volte espresso nei miei articoli, nell’agroalimentare la vocazione dell’Italia alla qualità è una certezza. Tuttavia, l’eccellenza, la sicurezza e la genuinità dei nostri prodotti non bastano ad arrestare il fenomeno delle contraffazioni e delle imitazioni che sta aumentando proprio con l’invasione del mercato globale.

A causa di questa piaga, il peso della filiera food nell’export fa navigare l’Italia su valori al di sotto di quanto si potrebbe auspicare. Senza considerare che, in termini di giro d’affari, la contraffazione genera un gettito fiscale mancato pari a 5,2 miliardi di euro. Proprio per questo, in occasione della Giornata nazionale delle Piccole e medie imprese, l’Agenzia delle dogane ha ospitato, nella sede centrale di Roma, il presidente vicario di Roma del Comitato piccola industria, Stefano Buonamici, e una nutria delegazione di studenti di alcune scuole capitoline. Ai ragazzi sono state illustrate, attraverso una visita della sala analisi dell’antifrode centrale e della sala informatizzata, le principali attività dell’Agenzia, con particolare riferimento alle azioni di contrasto alla contraffazione e le applicazioni informatiche appositamente sviluppate, tra cui Falstaff.

Oltre alla contraffazione, un altro fenomeno che danneggia enormemente la nostra economia agricola è quello dell’Italian Sounding, ovvero la produzione di prodotti che alludono alle tipicità del Belpaese senza tuttavia possederne le caratteristiche in termini di qualità e proprietà organolettiche. L’Italian Sounding limita potenzialmente le nostre esportazioni agroalimentari per circa 50-60 miliardi di euro annui.

All’estero, trovare un prodotto Made in Italy è sempre più difficile a causa delle innumerevoli imitazioni. Secondo un recente studio della Swg, un prodotto tipico italiano su due presenti sugli scaffali francesi è di imitazione; la quota sale in Germania e nei Paesi Bassi e raggiunge proporzioni allarmanti nel Regno Unito. Il fenomeno non riguarda solo i Paesi dell’Unione europea, ma anche Stati Uniti, Canada e i Paesi del Centro-America. Secondo gli esperti, risolvendo definitivamente il problema, l’Italia si troverebbe con un gettito fiscale potenziale che comporterebbe una crescita del Pil di almeno 2 o 3 punti percentuali in più.

(*) Nella foto Andrea Di Maso di Cuore Nazionale