Clima, Trump apre all’Accordo di Parigi

Concluso l’incontro annuale del “Forum economico mondiale” (Wec) di Davos, iniziano già a delinearsi i primi orientamenti politici in campo economico, finanziario e commerciale delle potenze mondiali. Ma se c’è una buona notizia che più di tutte lascia sperare è l’apertura del presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, agli Accordi di Parigi sul clima già firmati nel 2015 dal suo predecessore Barack Obama e sconfessati nel giugno 2017 dallo stesso tycoon.

La dichiarazione è avvenuta nel corso di un’intervista televisiva per la rete britannica Itv, durante la quale Trump ha dichiarato che sarebbe disposto a firmare una versione riformulata del Trattato “qualora si raggiungesse un buon accordo” insistendo sul fatto che “però dovrà essere un accordo totalmente diverso perché abbiamo avuto un accordo orribile”.

Insomma, non rinnega certo le decisioni prese nei mesi scorsi ma è innegabile che la battaglia sul clima ha dei risvolti non solo in termini di qualità dell’ambiente, ma soprattutto politici ed economici.

Infatti lo scorso giugno il presidente Usa si era rifiutato di firmare l’accordo di Parigi perché “dannoso” per gli Stati Uniti, una decisione condannata prontamente dalla comunità internazionale ma fortemente difesa poiché le misure in esso contenute non si baserebbero su investimenti per la ricerca di nuove tecnologie ma solo sulla costosissima riduzione delle emissioni.

Eppure, la questione sembra assumere sempre più i connotati di una strategia geopolitica. La Cina, proprio in questi giorni, ha manifestato l’intenzione di voler sviluppare “una Via della Seta polare”, ovvero una rete di trasporto marittimo nell’Artico. In particolare, nel documento sulla politica artica consegnato dal Consiglio di Stato della Repubblica Popolare cinese, è ben chiaro il fine: sviluppo e investimento nel settore navale da una parte, riduzione delle emissioni inquinanti e trasporto sostenibile dall’altra.

Anche l’Unione europea, per mezzo del Parlamento europeo, ha delineato nuovi e più ambiziosi obiettivi per l’efficienza energetica e per lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Dieci giorni fa gli eurodeputati hanno chiesto di arrivare al 35 per cento di risparmio energetico da qui al 2030, mentre nel settore delle energie pulite si passa dal 27 al 35 per cento di produzione da rinnovabili.

Affermare, quindi, che le politiche sul cambiamento del clima nel pianeta siano in cima nelle agende degli attori internazionali è tanto vero quanto, purtroppo, insufficiente. Ma la svolta non potrà che essere nel metodo: fin quando i processi decisionali, diplomatici e strategici a livello intergovernativo saranno impantanati in discussioni finalizzate più a legittimazioni di status che in provvedimenti vincolanti, l’unanimità di azioni non ci sarà mai. Basteranno le semplici dichiarazioni di intenti a margine di ogni meeting internazionale?