Alitalia e Ferrovie: una preoccupante indiscrezione

Non sappiamo quanto ci sia di vero nell’idea che Ferrovie dello Stato entri in Alitalia, oggetto nei giorni scorsi di varie indiscrezioni di stampa. Quello che preoccupa è che essa sia del tutto verosimile.

Non sappiamo, dunque, se si tratti di un’ipotesi, un pour-parler o un progetto dettagliato; né se sul dossier stia lavorando la Cassa depositi e prestiti o se invece le Ferrovie stiano cercando di coagulare una cordata con società private. Ci auguriamo che si tratti di una fake news pre-elettorale, ma non possiamo né sminuirne l’importanza né ignorarla: e non solo perché davvero non se ne sente il bisogno, ma perché una simile manovra sarebbe in linea con diverse operazioni che hanno visto il progressivo ritorno dello Stato in aziende e settori che negli anni scorsi ne avevano invece registrato la fuoriuscita; e nel parallelo agglomerarsi di nuovi colossi pubblici (da ultimo, con l’acquisizione dell’Anas da parte di Fs). La gara per la cessione di Alitalia è in corso e, date le condizioni della compagnia, non è facile trovare acquirenti che si accontentino di poche garanzie e di facili ristrutturazioni.

Dare alla stampa la notizia che il governo stia pensando a un suo piano nazionale, non è necessariamente uno sprone a migliorare le offerte. Può anche rivelarsi, al contrario, un modo per azzardarle, di certo un modo per ammettere che il processo di vendita non sta andando bene. Fosse realistica, l’ipotesi di un ingresso di Fs replicherebbe un film già visto. Cinque anni fa, in uno dei periodici salvataggi dell’azienda, sotto l’egida del governo Poste italiane, di proprietà del ministero dell’Economia, partecipò all’aumento di capitale con 75 milioni di euro. Soldi che, come gli altri prestiti ponte e ricapitalizzazioni con denaro pubblico, si direbbe che non siano serviti a molto. In teoria, Alitalia è una compagnia privata. In pratica, in nove anni, dall’operazione Fenice, è costata più di 7 miliardi ai contribuenti italiani, a cui si sono aggiunti recentemente i 900 milioni del prestito-ponte dell’anno scorso (alzi la mano chi crede veramente che la compagnia sarà in grado di restituirlo).

Far entrare Fs vorrebbe dire non solo continuare a trattarla - anzi, farla ritornare anche formalmente - come un’impresa pubblica, ma anche provare a salvarla con metodi già sperimentati come fallimentari. La retorica dei campioni nazionali è già sufficientemente perniciosa: certamente gli italiani non hanno bisogno di aggiungere alla lista un bidone nazionale.