La formula Savona

La formula scelta dal ministro Paolo Savona, “Una politica della domanda centrata sugli investimenti”, parrebbe talmente rotonda da risultare irresistibile. Secondo Savona, è l’avanzo commerciale italiano, che si aggira attorno al 2,7 per cento del Prodotto interno lordo, lo strumento per finanziare tale “politica della domanda” (ma centrata sugli investimenti). Esso tuttavia “non può essere attivato, cioè non possiamo spendere, per l'incontro tra i vincoli di bilancio e di debito dei Trattati europei”. La proposta di Savona ci sembra più discutibile di quanto il suo bel “titolo” suggerisca.

L’idea è che l’avanzo commerciale generi un surplus di ricchezza che il nostro Paese può spendere per mettere in moto i sempre vagheggiati investimenti pubblici (ma quali?). Solo che l’attivo commerciale non è una partita nelle disponibilità dello Stato: sono risorse giustamente guadagnate dalle imprese che vendono all’estero i propri prodotti e che ne utilizzano la maggior parte per finanziare i propri consumi e investimenti.

In secondo luogo, non si può presumere che gli attori economici continuerebbero serenamente a comportarsi come fanno ora, incluse le aziende che producono, investono ed esportano e i soggetti che le finanziano, se percepissero un rischio per le finanze pubbliche. Più deficit significa più debito, e più debito oggi sono più tasse domani. Questo è ancora più vero in un Paese fortemente indebitato come il nostro, dove una escalation della spesa a debito renderebbe quanto mai concreto il miraggio di una drammatica imposta patrimoniale negli anni successivi. Il che difficilmente convincerebbe qualcuno a investire un euro di più nel nostro Paese.

Da ultimo, se anche fosse vero che in Italia gli investimenti pubblici sono carenti, prima ancora di mettere in campo nuove risorse varrebbe la pena di chiedersi perché non riusciamo neppure a spendere i fondi europei a nostra disposizione. Varrebbe la pena interrogarsi sul perché quegli stessi investimenti pubblici, tanto vagheggiati ex ante, quando si passa dal dire al fare, diventano nelle inchieste giornalistiche e nella percezione popolare “sprechi”. Se quando investe lo Stato tende a “sprecare”, è il caso di dargli più risorse?

Speriamo di sbagliare, ma alla base della proposta del ministro Savona sembra esserci l’idea che non possa esserci crescita senza spesa pubblica, e che nessuna spesa esistente possa essere tagliata per finanziarne altre più produttive. L’una cosa e l’altra sono clamorosamente smentite dall'evidenza. Se la spesa pubblica inefficiente fosse un motore di sviluppo, noi dovremmo essere la locomotiva d’Europa. Come si dice in questi casi, fatevi una domanda e datevi una risposta.

(*) Editoriale a cura dell’Istituto Bruno Leoni