La decrescita sistemica del Paese

La vicenda di Arcelor Mittal, ossia della ex Ilva di Taranto, è lo specchio di una politica allo sbando, inutile girarci intorno. È l’ora di dire le cose per come stanno, papali papali, senza inutili escamotage linguistici: siamo guidati da una classe politica impreparata, priva di visione, insensibile alle esigenze dello sviluppo e della produzione, chiusa in labirinti ideologici scollegati dalla realtà e che non mantiene neppure la parola data, dimentica, com’è, della regola aurea della continuità amministrativa negli impegni presi coi terzi da precedenti governi, anche al di là e indipendentemente dalle clausole contrattuali.

Certo, non si può fare di ogni erba un fascio. Politici seri e preparati ve ne sono. Sono mosche bianche, però, in mezzo a nugoli di mosche nere, anche questo va detto con franchezza. Dietro la crisi di queste ore, i cui risvolti giuridici hanno scarso rilievo in un discorso politico, si spalancano scenari allarmanti. Il primo riguarda la sorte di ventimila lavoratori, dei loro figli, delle loro famiglie. È il più drammatico. Ma ve n’è un altro, che riguarda il Paese. È il piano di decrescita sistemica nella quale questo Governo, fortemente trainato dal Movimento 5 Stelle, vorrebbe far cadere il Paese. La scelta dei partiti di maggioranza di seguire supinamente la magistratura tarantina e non concedere l'immunità per reati permanenti a chi, pur non avendo inquinato, effettuerà a suon di miliardi la bonifica del sito industriale, ne è solo l’anticipazione.

La decrescita sistemica è qualcosa di molto più profondo della “decrescita serena” teorizzata da Serge Latuche in funzione del sistema capitalistico e della società dei consumi. È la decrescita della democrazia rappresentativa e delle garanzie di libertà attuata con politiche oppressive, giustizialiste e con esaltazione della funzione della magistratura inquirente, è la decrescita dell'impegno, della gratificazione e dell’operosità, portata avanti con politiche assistenzialistiche generalizzate e con il livellamento al ribasso delle classi sociali, è la decrescita non solo di chi più ha, ma anche di chi meno ha. E non sembri un paradosso: chi meno ha, non avrà di più, ma avrà di meno, perché la decrescita sistemica priverà di stimoli e ridurrà il benessere.

Se negli anni d’oro del Novecento, compresi tra il ’50 e il ’90, valeva la regola così detta dell’alta marea, per la quale la crescita del benessere avrebbe fatto innalzare i transatlantici, ma anche i piccoli gommoni, i ricchi ma anche, almeno un po’, i meno ricchi, negli anni della decrescita varrà la regola opposta, della bassa marea, per cui la riduzione generalizzata del benessere investirà sì i transatlantici, ma anche i gommoni, sì i ricchi, ma anche i meno ricchi. Anzi saranno proprio questi a patire di più gli effetti della bassa marea.

È un quadro a tinte fosche. La responsabilità della cupezza, però, non è né della tela, né dei colori, ma del pittore. Ecco perché la vicenda della ex Ilva è la dimostrazione plastica di una crisi sistemica, frammento del più generale sbandamento della politica. Possiamo uscirne? Solo alla condizione di cambiare il pittore, di depotenziare la forza corrosiva dei populismi, di chi segue ideologie superate dalla storia o prive di aderenza alla realtà, di chi è felice a decrescere e di chi sostiene che “uno vale uno”.