Il Pnrr e l’idraulica keynesiana

Il Governo ha presentato ieri al Parlamento il Programma nazionale di ripresa e resilienza, che il 30 aprile sarà inviato a Bruxelles per le prime valutazioni. Si tratta di un corposo documento che contiene proposte di investimenti e riforme per i prossimi anni e ha l’ambizione di disegnare un percorso di crescita per il Paese nel quinquennio a venire, sulla base di impegni che dovranno vincolare anche la prossima legislatura. Si tratta davvero di un programma tale da interrompere il pluridecennale declino italiano? La risposta breve è: no.

Ci sono almeno tre problemi nell’impostazione del Pnrr. In primo luogo, esso mette giustamente al centro la riforma della Pubblica amministrazione, la cui inefficienza è indicata in tutte le indagini come una delle principali cause della nostra stagnazione economica. In un’intervista al Sole 24 Ore di oggi, il ministro Renato Brunetta riconosce che “alla riforma della Pa è attribuibile il 70 per cento dell’effetto delle riforme strutturali”. La riforma è articolata e contiene elementi molto positivi, ma alla fine della giornata essa è e rimane un grande piano di assunzioni. Non c’è dubbio che il settore pubblico debba essere svecchiato, ma l’introduzione di nuove professionalità dovrebbe essere la conseguenza della sua riforma – in base alla quale ne andrebbero disegnati il profilo e il numero – non il punto di partenza.

Secondariamente, gli investimenti sono eterogenei e spesso appaiono più il frutto di azioni da parte di portatori di interessi, che il frutto di un’analisi ragionata sulle esigenze del Paese. Facciamo un esempio tra i tanti: il Pnrr dichiara l’obiettivo di “sviluppare una leadership internazionale, industriale e di ricerca e sviluppo” nelle rinnovabili, nelle batterie e nell’idrogeno. Per questo “vaste programme” stanzia un miliardo su rinnovabili e batterie, e 450 milioni per l’idrogeno. Nessuno può sinceramente credere che con poche centinaia di milioni di euro in cinque anni si possa raggiungere la “leadership globale” in settori in cui tutto il mondo sta investendo ingenti somme, pubbliche e private. E, allora, viene il sospetto che si tratti di regalie mascherate da alti e nobili ideali. Oltretutto il Governo, ai già enormi stanziamenti europei, ha aggiunto un fondo complementare da 30 miliardi, che sembra fatto proprio per finanziare quelle spese che non avrebbero passato il vaglio europeo.

Più in generale, il Pnrr dà l’impressione di ispirarsi a una sorta di keynesismo idraulico: un’idea meccanicistica del rapporto fra risorse e crescita, indifferente al merito delle singole proposte e alle aspettative e reazioni degli individui. Semina quattrini e qualcosa resterà. Purtroppo il sistema economico è più complesso: ogni scelta allocativa comporta non solo la sottrazione di risorse all’olandese Peter per darle a Paolo (e, con lui, allo spagnolo Pablo e al greco Paulos). Essa implica, soprattutto, un costo-opportunità degli utilizzi futuri, perché i denari spesi per costruire una ferrovia inutilizzata non potranno più essere impiegati per finanziare una strada utile. E, quindi, non solo i soldi pubblici rischiano di essere sprecati, ma fanno perdere al Paese tutte le opportunità di crescita che avrebbero potuto esserci se fossero stati impegnati in modo più avveduto. Ecco: questa valutazione comparativa è assente. Si sono scelte delle destinazioni e poi si è cercato di cavarne fuori una stima di impatto, ma le determinanti delle scelte (l’investimento x anziché y) sono state politiche, la loro razionalità tutta alla dialettica dei partiti, non economiche. E lo conferma, se mai ce ne fosse bisogno, la pesante influenza che le imprese a controllo pubblico hanno avuto sulla redazione del piano, che troppo spesso sembra cucito su misura per loro, con un ruolo marginale per l’industria privata.

Certo, ci sono anche misure molto positive: la revisione del programma Transizione 4.0 per lo stimolo agli investimenti innovativi va nella giusta direzione, per esempio. Molte delle riforme annunciate – se effettivamente adottate e attuate – potranno contribuire alla crescita della produttività. Ma, nel complesso, il Pnrr appare una lunga lista di spese. È difficile dire che siano sempre utili, non sono quasi mai argomentate.