Export e internazionalizzazione per riscrivere il ruolo dei Comuni

Riuscire a sviluppare progetti territoriali e municipali per la crescita delle imprese locali sui mercati esteri, con sinergie, network internazionali e pratiche di export digitale, può rappresentare una svolta per le nostre città che tentano di riscrivere le proprie logiche commerciali e di “diplomazia economica”. I nostri territori, a partire dai comuni, vantano un patrimonio materiale ed immateriale di assoluta eccellenza e qualità. Questi prodotti, industriali, turistici, artigianali ed enogastronomici, costituiscono il miglior biglietto da visita per una progettualità di marketing territoriale e istituzionale. Abbiamo incontrato Abdessamad ElJaouzi, senior advisor in relazioni internazionali, autore di saggi e studioso di geopolitica ed economia sostenibile dell’Euro Mediterraneo per comprendere l’importanza della valorizzazione dei territori in rapporto alle relazioni internazionali, l’euro-mediterraneo, l’importanza dell’internazionalizzazione e per comprendere quale visione internazionale si sta provando ad innescare.

Quali sono le priorità per lo sviluppo commerciale internazionale per il nostro Made in Italy, soprattutto nel post-pandemia, e quale valore per i territori?

Il tema è fondamentale, per non dire decisivo per stare al passo con l’evoluzione economica e commerciale a livello regionale e globale. È indispensabile in questa ottica sfruttare l’opportunità di aprire un dialogo con nuovi modelli di governance territoriale. La nostra ricchezza, in linea con quella nazionale, è in assoluto basata sul modello delle piccole e medie imprese (Pmi). Sviluppare la strategia per l’internazionalizzazione delle imprese può assumere varie forme ma in generale è volta all’esplorazione di opportunità in nuovi mercati, sempre più interconnessi a livello globale grazie alle tecnologie digitali. Questo si traduce non soltanto in export ma anche per attrarre investimenti sul territorio, che significa sviluppo, occupazione e lavoro. A livello nazionale l’Italia, con antiche tradizioni di scambi commerciali, ha finalmente iniziato un virtuoso processo in questo senso, con una politica molto dinamica per accompagnare in maniera più integrata il prodotto italiano nel mondo. Penso alla Cabina di regia per l’internazionalizzazione e al Patto per l’Export firmato nel 2020 che rappresenta una strategia innovativa per rafforzare gli strumenti di sostegno all’internazionalizzazione e per un’azione promozionale di ampio respiro. Sei pilastri che vanno dalla comunicazione alla finanza agevolata, passando per formazione/informazione, e-commerce, sistema fieristico e promozione integrata. Se c’è qualcosa che ci contraddistingue è certamente la capacità di offrire prodotti di eccellenza ad altissimo valore per qualità e contenuto, che fanno del Made in Italy un marchio di prestigio internazionale. Tuttavia, ci sono difficoltà che incontrano gli imprenditori e le piccole e medie imprese. Burocrazia, incertezze, mancanza di relazioni e informazioni sulle opportunità nei mercati esteri, la complessità dei meccanismi giuridico, fiscali, economici, culturali e linguistici, così come la scarsa attitudine a fare sistema nei territori, sono alcuni ostacoli che spesso ci rendono meno capaci di penetrare i nuovi mercati in modo decisivo.

Uno degli errori, spesso fatale, riguarda aziende di piccole e medie dimensioni che decidono di lanciarsi in un nuovo Paese senza avere effettuato analisi necessarie sul tipo di mercato, stabilità politico economica e sociale, partner, sottostimando le complessità. Guardare oltre confine è un processo importante per le imprese. Un cambiamento che implica necessariamente la trasformazione della cultura aziendale, che deve interconnettersi con queste nuove opportunità al livello nazionale ed essere supportata quindi da un eco-sistema integrato, efficiente e radicato soprattutto nel territorio. In sostanza tale processo può essere accelerato e implementato nei territori, per esempio, attraverso la creazione di “hub” locale per le imprese, l’export e la digitalizzazione sostenibile dei processi produttivi.

Export e internazionalizzazione rappresentano focus prioritari per la crescita delle imprese del territorio. Quali priorità devono attivare le realtà locali in termini di sostenibilità, innovazione e internazionalizzazione del tessuto economico?

Non c’è dubbio. In uno scenario sempre più competitivo e interconnesso, dove il tradizionale modello di produrre per esportare non è più sufficiente a reggere la sfida del mercato globale, l’apertura verso nuove opportunità in mercati internazionali è senza dubbio la chiave di volta per le realtà locali, a partire appunti dai comuni e province. Il susseguirsi delle crisi economiche e più recentemente la pandemia, ci sprona a costruire relazioni e ponti con nuove realtà e per non restare fuori dagli orizzonti dell’integrazione strategica con le economie emergenti, a partire da quelle dell’Euromediterraneo allargato, ma anche altre parti del mondo. L’innovazione è la nostra carta da giocare, perché tutti i trend confermano che le imprese italiane che innovano hanno maggiori tendenze all’internazionalizzazione. Le istituzioni, a partire da quelli locali, sono chiamate a dare una risposta a queste esigenze, poiché la competizione globale non investe solo i singoli attori economici, ma tutto il sistema-territorio. Per questa ragione è indispensabile rafforzare la consapevolezza che l’imprenditoria e le amministrazioni comunali devono unire le loro forze per affrontare le sfide della globalizzazione, rese ancora più difficili a causa della crisi pandemica.

Investire sul potenziale del territorio, promuovere le eccellenze del tessuto sociale, costruire relazioni internazionali, recuperare e valorizzare le risorse dormienti come modello di rigenerazione economica sostenibile, ritengo siano elementi fondanti per generare prosperità inclusiva e valore aggiunto. Ma non bisogna dimenticare di coinvolgere e raccogliere il potenziale dei nostri giovani, che spesso in mancanza di opportunità o di spazi dove realizzare le proprie idee emigrano all’estero. Insomma, è necessario che le amministrazioni si dotino di strumenti e riferimenti permanenti per costruire un partenariato pubblico-privato e favorire la costruzione di un ecosistema economico, internazionale, digitale e sostenibile che si adatti alle caratteristiche del territorio e ne rappresenti il peculiare potenziale.

In ragione della propria posizione geografica e di collegamento, l’Italia rappresenta un centro importante per l’Euromediterraneo. Secondo lei, come si possono innescare e rafforzare i nostri legami e la nostra presenza, e quali sfide?

Per comprendere a pieno la forza dell’Italia, partiamo da alcuni dati statistici. Nonostante la grave crisi pandemica, e la conseguente crisi economica, l’Italia conferma la sua capacità di resilienza e la sua vocazione all’export. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto di Statistica “Istat”, nel 2021 l’export del bel paese ha registrato un balzo in avanti del +18,2 per cento, gran lunga superiori al 2019. Il mercato di riferimento principale rimane quello verso i Paesi dell’Ue, +20,0 per cento, appena 4 punti rispetto ai Paesi extra Ue con +16,3 per cento. In pole position i settori trainanti sono quelli dei metalli, macchinari e apparecchi, sostanze e prodotti chimici, farmaceutica, alimentari, ma anche mezzi di trasporto. Non c’è dubbio che si tratta di un segnale estremamente positivo, che conferma l’appetibilità e la credibilità del Made in Italy nel mondo. Un trend che andrebbe consolidato e rafforzato, per estendere la nostra presenza in tutti i mercati mondiali. Anche per questa ragione l’impegno dei territori e degli enti locali, spina dorsale del paese, in questo processo di internazionalizzazione sarà decisivo.

Occorre quindi scommettere e investire sulla modernizzazione, sul digitale e sulla sostenibilità, cogliendo le opportunità contenuti nel Pnrr. Attenzione però. Internazionalizzare non deve significare delocalizzazione selvaggia e a tutti i costi, che spesso lascia più danni che benefici, ma piuttosto cogliere tutte le opportunità all’estero per portare valore aggiunto e per la crescita dei nostri territori. In tutto questo l’Euromediterraneo allargato rappresenta effettivamente la nostra area di naturale riferimento, non soltanto per visione e vicinanza di modelli, ma anche in virtù delle storiche radici comuni, che possono servire a comprendere meglio e superare le crisi politiche ed economiche, e le diverse fonti possono darci testimonianza di sfide in cui siamo stati protagonisti. In questa cornice si pone la sfida del Processo d’integrazione euro-mediterranea, che pur con tutti i suoi limiti, riveste una valenza strategica preziosa, soprattutto per noi. Un dialogo democratico e una solida cooperazione con i Paesi dell’Euromediterraneo rimane di fatto una priorità per noi, e ancora di più in futuro. A mio modesto avviso, in questa stagione colma di incertezze e sfide, occorre tornare a parlare di Euromediterraneo allargato attraverso il linguaggio italiano, guidati dalla diplomazia della cultura, della capacità produttiva materiale ed immateriale, del dialogo, del patrimonio comune, dell’economia digitale e dello sviluppo sostenibile. Una delle molte sfide per la regione è rappresentata dalla transizione verso un nuovo paradigma di protagonismo comune e cooperazione democratica. Una transizione che richiede cambiamenti importanti.

Pensiamo alla questione energetica, oggi e più che mai una priorità per noi e per l’Europa. La transizione energetica resta infatti una sfida importante nell’area Euromediterranea e ciò significa che per tutti i Paesi della regione s’impone un cambiamento del trend energetico, per modificare le tendenze attuali e accelerare gli sforzi nella direzione delle energie rinnovabili e dell’efficienza energetica. Per l’Europa, sostenere la transizione energetica nell’area euromediterranea significherebbe quindi avviare nuove opportunità commerciali per le imprese europee, e italiane in primis, con ricadute sulle altre filiere produttive come il settore agricolo, industriale e dei servizi. Un processo che favorirebbe l’export delle tecnologie rinnovabili, garantire la stabilità degli scambi energetici tra Nord e Sud, così come contribuire alla lotta al cambiamento climatico. Oltre al peso storico-geografico, l’Italia, leader nell’economia circolare in Europa, avrebbe tutte le chance per conquistare ampi spazi. Per concludere, tornando al nostro argomento, il Made in Italy non è soltanto la nostra capacità di trasformare, di creare valore e sviluppo economico, ma anche la capacità di creare rapporti umani, di adattarsi alle condizioni, anche più difficili. Di reinventarsi. Pensiamo alle comunità italiane all’estero, che contano milioni di concittadini, e che vivono in quasi tutti i Paesi del mondo. È un valore incredibile e un esempio di legame tra comunità locali e Paesi. Per questo esiste una relazione e una dipendenza inscindibile tra noi e l’Euromediterraneo allargato e dobbiamo riproporre con convinto dinamismo la questione del nostro radicamento in questo spazio per tornare ad esserne protagonisti.