Nel clamore dell’esito referendario, delle dimissioni di componenti politiche e di governo, dello sgomento per l’ennesimo ferimento quasi mortale di una professoressa da parte di un alunno ben consapevole che a 13 anni non si rischia nulla anche a tentare di uccidere un’insegnante, è passata del tutto sotto silenzio la notizia dell’Opas di Poste Italiane su Tim, su cui alcun commento da parte di nessun componente del governo, o dei maggiori rappresentanti della politica è ad oggi pervenuto.
Il colosso che ha lanciato la proposta di acquisto, nella memoria collettiva evoca il postino, le raccomandate, gli uffici postali, ed i francobolli, era stata privatizzata, durante la breve parentesi delle privatizzazioni avutasi in questo Paese, poi era tornata a partecipazione maggioritaria pubblica con il controllo dello Stato assicurato dalla maggioranza assoluta detenuta attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) e Cassa Depositi e Prestiti (Cdp).
Il lancio dell’Opas su Tim mira sostanzialmente a far tornare sotto l’ala pubblica anche l’ex colosso monopolista della telefonia, anch’esso privatizzato, smembrato, in parte venduto, sottoposto a feroce concorrenza del mercato, nel quale ha fatto talvolta fatica a stare, da buon ex monopolista, ed ora è in odore di tornare a partecipazione azionaria pubblica.
Peccato che ciò giunga quando i buoi sono già fuggiti dalla stalla, verrebbe da dire, come prima battuta a commento della notizia.
Non dimentichiamo infatti che la rete telefonica di Tim (NetCo) è stata venduta al fondo d’investimento statunitense Kkr nel 2024 e sebbene sia ancora in corso una partecipazione pubblica dello stato italiano tramite la detenzione di circa il 16 per cento da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef), dobbiamo ricordare che l’obiettivo da raggiungere allora era quello di fare cassa per ridurre il debito di Tim, ossia di quella parte di azienda sottoposta alla concorrenza, quella che eroga il servizio finale al cliente, e quindi si vendette il gioiello buono, per sistemare, o quanto meno dare una boccata d’ossigeno ad uno dei tanti mali che ha da sempre afflitto il gruppo. L’indebitamento.
Sarà Poste, disposta a fare altrettanto se necessario?
I depositi postali delle nonne saranno ancora usati per coprire errori aziendali o correre in soccorso di aziende in affanno, ma da cui la politica non riesce a distogliere l’interesse?
Gli analisti si sono già pronunciati, in merito all’Opas, (a differenza del mondo politico che sembra del tutto disinteressato al possibile nuovo asset aziendale pubblico) dinanzi all’obiettivo dichiarato dell’operazione, ossia puntare al delisting da Piazza Affari e creare un gruppo integrato nella finanza, assicurazioni, logistica, telecomunicazioni e digitale, puntando ad ottenere sinergie stimate per circa 700 milioni annui, di cui 500 per minori costi e 200 per maggior fatturato, hanno già espresso le loro perplessità, perché l’operazione può generare sinergie, ma presenta rischi elevati di integrazione, tipici del settore telecomunicazioni.
Insomma, per riassumere la situazione con una battuta, potrebbe andare bene ma potrebbe anche andare male, perché i 500 milioni potrebbero risultare sottostimati ed i 200 milioni sovrastimati, e poi unire due organizzazioni così diverse tra loro è come voler miscelare olio ed acqua.
Del Fante, a.d. di Poste Italiane, ha dichiarato che il nuovo gruppo rappresenterà “la più grande piattaforma di infrastruttura connessa del Paese, un motore di innovazione e un pilastro strategico dell’economia nazionale”. Poste Italiane, acquistando Tim avrebbe il pieno controllo della rete dei data center del gruppo e dell’unità di cybersecurity Telsy, asset cruciali per rafforzare la sovranità digitale nazionale. In più Poste amplierebbe la propria presenza nei servizi digitali destinati a consumatori, imprese e Pa.
Ma se questa operazione ha il potenziale per generare sinergie significative, non dobbiamo dimenticare che la storia ci ha invece insegnato che tali integrazioni nel settore delle telecomunicazioni presentano un elevato rischio di realizzazione. Infatti, se i costi associati dell’integrazione sono gestibili, potrebbero esercitare pressione sul flusso di cassa per un tempo più o meno lungo, di fatto vanificando ogni sforzo profuso. Inoltre, se un ulteriore obiettivo è quello di presentare un gruppo integrato in grado di avere una copertura distributiva senza pari, ciò non potrà di certo realizzarsi con la sola somma delle due reti commerciali, ma sarà necessaria invece un’ampia opera di trasformazione della struttura organizzativa, data la complessità attuale delle due organizzazioni aziendali, che dovranno, tra l’altro, fare i conti anche con i sindacati.
Quindi a fronte di una logica strategica analiticamente coerente, il rischio di esecuzione rimane rilevante, data la dimensione delle due aziende. Complessità e dimensioni potrebbero portare a facili errori durante il processo di integrazione con il conseguente ritardo o mancato raggiungimento dei benefici attesi dall’operazione finanziaria o portare ad un indebolimento temporaneo delle prestazioni del servizio, ed in un mercato perfettamente concorrenziale, come quelli dei beni e servizi offerti dalle due aziende in odor di unione, ciò non paventa alcun beneficio per i consumatori.
Ma questo paese ha davvero bisogno di tornare alle partecipazioni statali di vecchia memoria? Cui prodest?
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Aggiornato il 27 marzo 2026 alle ore 15:34
