L’eccesso di protezione, il nemico dell’industria

Quando la politica promette competitività, spesso prepara il terreno alla sua negazione

“Abbiamo bisogno di un’Europa che funzioni (…), abbiamo bisogno di decisioni rapide (…), abbiamo bisogno di essere competitivi…”. E ancora: “Abbiamo bisogno di fare debito pubblico” per crescere e sostenere la transizione. Le parole del presidente di Confindustria Emanuele Orsini, pronunciate alcuni giorni orsono alla Camera dei deputati e rilanciate da agenzie di stampa e quotidiani, riassumono bene il clima che attraversa oggi il mondo produttivo: preoccupazione, richiesta di intervento, invocazione di una regia pubblica più incisiva. Ma è proprio qui che si annida l’equivoco.

L’industria europea non soffre infatti per mancanza di strategie pubbliche, ma per l’eccesso di esse. È entrambe le cose, schiacciata da un sistema che pretende di guidare i processi economici dall’alto, sostituendo segnali di mercato con obiettivi politici. Si parla di “visione industriale”, ma ciò che emerge è spesso una sequenza di interventi discontinui, regolazioni mutevoli e incentivi che distorcono anziché orientare. In questo contesto, l’incertezza non è un dato esterno: è il prodotto diretto dell’azione pubblica.

Il tema dell’energia è emblematico. Non è la scarsità di risorse finanziarie a rendere l’Europa meno competitiva, è piuttosto una costruzione normativa che ha progressivamente irrigidito il sistema, rendendolo meno flessibile e più costoso. L’idea che “abbiamo bisogno di fare debito pubblico” per sostenere crescita e trasformazione ignora un punto essenziale: il capitale non è neutro. Se allocato secondo criteri politici, tende a premiare la prossimità al potere più che l’efficienza.

Anche il richiamo alla concorrenza internazionale ˗ “Il 30 per cento dei prodotti cinesi arriva in Europa, togliendo lavoro” ˗ viene spesso utilizzato per giustificare nuove protezioni. Ma ogni barriera introdotta per difendere l’industria finisce per indebolirla nel lungo periodo. Invero, proteggere significa sottrarre le imprese al confronto, ridurre gli incentivi a innovare e scaricare i costi su consumatori e altri produttori. La perdita di competitività non si combatte chiudendo i mercati, bensì rendendoli più aperti e contendibili.

Il punto centrale è un altro: la competitività non si costruisce per decreto. Non nasce da un piano, trova la sua genesi in un processo. È il risultato di milioni di decisioni individuali, coordinate da prezzi, aspettative e informazioni diffuse che nessuna autorità può raccogliere o sintetizzare pienamente. Ogni tentativo di sostituire questo processo con una regia centralizzata introduce inevitabilmente errori, rigidità e ritardi. Si invoca “velocità”, senza considerare però che la velocità non si impone: emerge quando si rimuovono gli ostacoli.

Lo stesso vale per la ricerca e sviluppo. Invocarla come soluzione è corretto solo a metà. L’innovazione non è il prodotto di programmi pubblici, appartiene a un contesto che consente sperimentazione, rischio e anche fallimento. Dove la regolazione è instabile e la fiscalità penalizzante, gli investimenti si riducono o si spostano altrove. Non per mancanza di volontà, ma per razionalità.

Il dato più significativo richiamato dal citato presidente degli industriali ˗ secondo cui una quota limitata di imprese sostiene gran parte del welfare ˗ merita però una lettura diversa. Se poche centinaia di migliaia di aziende reggono l’ossatura sociale del Paese, ciò non giustifica una maggiore ingerenza pubblica, evidenzia invece quanto sia fragile un sistema che dipende da una base produttiva così compressa e gravata.

La vera questione, dunque, non è costruire nuovi strumenti di intervento, è anzi quella di rimuovere gli esistenti che ostacolano la crescita. Ridurre la pressione fiscale, semplificare il quadro normativo, garantire certezza del diritto: sono queste le condizioni che permettono all’industria di svilupparsi. Non servono “piani” che decidano cosa produrre o dove investire, ma regole generali, astratte e stabili che consentano a ciascuno di farlo.

L’Europa non ha bisogno di una politica industriale più ambiziosa. Ha bisogno di una politica meno invasiva. Perché ogni volta che il potere pretende di guidare l’economia, finisce per limitarne la capacità di adattamento. E un sistema che non si adatta è un sistema che arretra.

L’industria non chiede protezione. Chiede spazio. E lo spazio, per definizione, non si pianifica: si lascia libero.

Aggiornato il 18 aprile 2026 alle ore 09:50