Taccuino Liberale. La forza di inventarsi un lavoro

Potrebbe apparire facile e forse anche semplicistico, affrontare alla vigilia del primo maggio, Festa dei Lavoratori, il tema dell’occupazione in questo Paese, ma la situazione economica e sociale è tale che riflettere sul punto non fa mai male.

A febbraio 2026, il tasso di disoccupazione in Italia si è attestato al 5,3 per cento in risalita di uno 0,1 dal mese precedente (che era il livello più basso mai registrato) e così confermandosi, seppur al 5,3 per cento, comunque su livelli storicamente bassi. 

Se il numero di occupati mostra una sostanziale stabilità, il tasso di disoccupazione giovanile scende al 17,6 per cento, ma rimane triplo rispetto al dato complessivo. Il tasso di inattività invece resta stabile al 33,9 per cento. Dato non irrilevante e molto preoccupante. Essere senza lavoro e smettere anche di cercarlo, rende il senso del disfattismo e della mancanza capacità o volontà di prendere il proprio destino in spalla e di diventare quello che si vuole, oltre che a raggiungere il proprio benessere e concorrere alla creazione di valore per la nazione.

Una delle battute più famose del film The social network dedicato alla nascita di Facebook, viene detta dal rettore di Harvard ‒ Larry Summers ‒ ai gemelli Cameron e Tyler Winklevoss, che erano andati da lui per lamentarsi del fatto che a loro parere Mark Zuckerberg avesse copiato la loro idea, e che quindi ‒ Zuckerberg ‒ avendo violato il codice di condotta di Harvard, avrebbe dovuto essere espulso dall’università. Summers, che ricordiamo è nipote di due premi Nobel per l’economia, Paul Samuelson e Kenneth Arrow, economista anch’egli, ed è stato direttore del consiglio economico nazionale durante la presidenza Obama e Segretario del Tesoro durante la presidenza Clinton, sebbene keynesiano, quindi decisamente liberal, non certo liberale, per tutta risposta, disse ai gemelli Winklevoss di non essere un ufficio di collocamento e che ad Harvard “I ragazzi vengono per inventarsi un lavoro, non per trovarlo”.

Ecco, per questo primo maggio, avremmo avuto il sogno che il governo, che ha appena varato il decreto lavoro (come aveva preannunciato qualche giorno fa, simbolicamente per il primo maggio) adottasse oltre alle misure a sostegno del lavoro (ossia valevoli per chi un lavoro, bene o male, già ce l’ha) anche misure guardando a quei dati e in particolar modo a quel 33,9 per cento di inattivi e a quel 17,6 per cento di giovani disoccupati, ma non per dare loro un lavoro, ma per fornire loro quella opportunità di inventarsi, di crearsi un lavoro, non per trovarlo e basta.  

L’introduzione dell’ipotesi di salario giusto da ottenere tramite la contrattazione (da contrapporre idealmente ed ideologicamente al salario minimo tanto caro alla sinistra sia in patria che in altre parti del mondo), è sicuramente una novità da accogliere con interesse e favore, se in fase applicativa non terrà i lavoratori ostaggio dei sindacati, che pur di mantenere il proprio status quo e il proprio potere intraprenderanno percorsi di negoziazione salariali ben lungi dal realizzare gli obiettivi prefissati.

Tuttavia, per abbattere significativamente quel 33,9 per cento e quel 17,6 per cento di inoccupati e giovani disoccupati, sarebbe importante rendere facile, anzi estremamente facile come avviene in altre parti del continente europeo, diventare imprenditore, artigiano, professionista. Bisognerebbe rendere semplice e poco costoso aprire una partita iva (senza che ci si debba pentire nel giro di qualche mese) e soprattutto rendere vantaggioso inventarsi un lavoro piuttosto che trovarlo. Ma come si può iniziare una nuova attività se dopo aver aperto una partita iva, e/o essersi iscritto alla CCIAA, ci si deve iscrivere all’Inps e già prima di iniziare a lavorare, a prescindere dal fatturato, si devono iniziare a versare contributi slegati all’attività vera e propriamente svolta e quindi a quanto si guadagna?

Ma se i costi di avviamento (e la fatica per smarcare le attività burocratiche necessarie per iniziare) sono tanti, troppi, come si può pensare che si possa fare qualcosa di buono e di valore per questo ed in questo Paese?

Vanno tolti gli ostacoli all’iniziativa economica, alleggerite le incombenze burocratiche che non aggiungono valore ma servono solo a mantenere in piedi burocrazie che sembrano più sistemi di welfare diffuso (a favore di chi ci lavora, che se non fosse impiegato in questi carrozzoni pubblici dovrebbe trovarselo o inventarselo un lavoro vero) che supporti alle imprese, o ai lavoratori autonomi. Non servono incentivi, servono zero ostacoli per creare o inventarsi un lavoro.

Se poi, proprio non si può fare a meno di pensare solo ed esclusivamente al lavoro dipendente, si renda facile ed agevole impiegare, occupare; il sindacato è interessato agli iscritti, agli occupati, non a cambiare i dati occupazionali nella via migliore per la creazione di nuove opportunità, nuova ricchezza e benessere nel Paese. Ricordiamo che ha promosso tutte le azioni di distruzione ed eliminazione delle iniziative che erano state intraprese per alleggerire la rigidità del mercato del lavoro. Due vicende su tutte: il Jobs Act ed i buoni lavoro o voucher, ognuno li chiami come preferisce. 

Se il governo guardasse a quel dato sulla disoccupazione giovanile, tre volte superiore a quello generale, potrebbe reintrodurre forme di flessibilità in entrata ed in uscita, magari per permettere di lavorare e studiare, di accrescere il proprio bagaglio culturale ma anche esperienziale, senza dover scegliere se lavorare o studiare. Sarebbe anche un ottimo modo per ridimensionare il sindacato, sempre pronto a difendere quelli già occupati (purché iscritti) e inclini a cercare di far occupare come dipendenti il maggior numero di persone, perché ogni lavoratore è (o può essere) un iscritto in più; tanta è la protervia sindacale che è arrivata ormai al paradosso di indire lo sciopero anche il primo di maggio. Gli è stata offerta una grande chance con il decreto lavoro, ora si dia una grande chance anche a chi il lavoro vorrebbe crearlo o inventarselo, ma è afflitto da burocrazia, tasse, orpelli vari tanto che preferisce andare all'estero, o andare ad ingrossare quel dato che sfiora già il 34 per cento. Un altro partito di maggioranza relativa, parlandone in termini elettorali.

L’articolo 1 della Costituzione al primo comma recita. “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.  

Nulla vieta, nemmeno la Costituzione, di crearlo il lavoro, non semplicemente trovarlo.

Buon primo maggio.

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Aggiornato il 30 aprile 2026 alle ore 12:21