Il Ppe sceglie Monti. E lui?

di Federico Punzi

14 dicembre 2012EDITORIALI

 

Le parole di Bersani, «disponibile ad un dialogo con le forze del centro europeiste e costituzionali» in «qualsiasi condizione numerica» dovesse ritrovarsi dopo il voto, cioè che riesca o meno a conquistare la maggioranza dei seggi in entrambe le Camere, rivelano l'errore storico che rischiano di commettere Monti e i “montiani” di diversa estrazione (terzopolisti mancati, montezemoliani e pdiellini). L'invito al vertice di ieri a Bruxelles è per Monti una sorta di investitura da parte del Ppe. Ma Monti, e tutti coloro che auspicano un Ppe italiano “de-berlusconizzato”, dovrebbero tenere ben presente che in tutti i paesi europei i popolari sono espressione di un elettorato di centrodestra, non solo di centro, e che nessuno di quei partiti permetterebbe mai di essere rappresentato non in alternativa ma come stampella della controparte socialista. E' ciò che invece rischia di accadere in Italia, se solo allo scopo di isolare, e liquidare Berlusconi, Monti e i montiani non avranno il coraggio di smarcarsi dal tentativo di abbraccio del segretario del Pd, che ha bisogno di un contrappeso centrista per rendere credibile agli occhi dell'Europa e dei mercati la sua alleanza sbilanciata a sinistra e che teme, invece, che attorno a Monti leader si coalizzi un nuovo centrodestra alternativo, e vincente, rispetto al suo «squadrone».

Berlusconi o no, c'è una parte del paese – difficilmente quantificabile ma consistente, che corrisponde in gran parte all'elettorato del Pdl del 2008 – che si riconosce in un'offerta politica di centrodestra chiaramente alternativa alla sinistra. Conviene al paese che insieme all'“acqua sporca” Berlusconi, si getti via anche il “bambino”, il bipolarismo, che caratterizza i sistemi politici di tutti i maggiori paesi europei, per altro regalando comunque al Cav una fetta di elettorato senza il quale qualsiasi coalizione di centrosinistra sarebbe egemonizzata dalla sinistra?

Mentre nel centrosinistra, a prescindere dal merito, oggi si confrontano due progetti politici differenti, quello progressista di Bersani e quello “blairiano” di Renzi, il dramma del centrodestra è che non sembra essercene alcuno. Per Berlusconi qualsiasi strada – ritirarsi favorendo la successione partecipata delle primarie, o ricandidarsi – avrebbe avuto un senso se imboccata per tempo, preparata bene e portata avanti senza incertezze, senza logoranti stop-and-go. Il ritorno in campo di questi giorni ha invece il respiro cortissimo della mera resistenza personale, o peggio della tattica, è maldestro e confuso nelle modalità. Anche se il Cav è ancora l'unico che compie lo sforzo di cercare un rapporto diretto con i suoi elettori, del grande comunicatore di un tempo resta una pallida ombra: in poche ore è caduto nel cliché anti-europeista e populista che gli avevano preparato i suoi avversari. Gli elettori di centrodestra non sopportano i riti e la retorica europeista ma non cercano certo un salto nel buio; sono furiosi per un anno di tasse ma apprezzano serietà e affidabilità di Monti. Invece, proprio sul premier, e non su Bersani, Berlusconi ha polarizzato il suo ritorno in campo – in modo poco credibile, tra l'altro, avendo votato tutte le sue misure.

D'altra parte, si fatica a scorgere un progetto di centrodestra anche nella fronda montiana nel Pdl, che ha troppo il sapore di un frettoloso riposizionamento di oligarchi. L'unico scopo che li tiene insieme sembra quello di trovare la zattera migliore per traghettare le loro carriere nella prossima legislatura. Anche i centristi (nuovi e d'annata), consapevoli di esercitare una scarsissima attrazione presso i delusi del centrodestra, invocano la zattera Monti per dar vita ad un grande centro consociativo.

Resta da capire che tipo di progetto intende mettere in campo Monti. Il meno coraggioso, più scontato e comodo è quello di “legittimatore”, garante (da Palazzo Chigi o dal Quirinale), di una maggioranza di centro-sinistra. Alla Ciampi, insomma. Difficile, infatti, che il professore accetti di misurarsi nella competizione elettorale, mostrando una concezione della democrazia per “titoli”, come fosse un concorso, e non per voti, che non si abbasserebbe a chiedere. Ma se lo volesse, potrebbe ridisegnare il sistema politico mettendosi alla testa di una nuova offerta di centrodestra: o riorganizzando le truppe esistenti, oppure – se comprensibilmente non vuole offrire coperture o zattere – scavalcando del tutto il vecchio ceto politico. La sua presenza al vertice del Ppe rafforza un'«affinità» culturale già più volte ribadita, accentua l'isolamento di Berlusconi ma getta anche un'ombra su Bersani, nella misura in cui sembra preludere a una candidatura a premier in nome del Ppe. Questa «affinità» però si deve trasformare in qualcosa di più per dare un senso, e una funzione storica, alla sua eventuale discesa in campo.