Monti, il primo ad arrendersi a Grillo

di Federico Punzi

22 febbraio 2013EDITORIALI

 

Mercoledì è stata la giornata delle dimissioni di Giannino dalla guida di Fare per Fermare il Declino (ora basta accanimento, dietro di lui c'è un movimento anti-tasse che pecca solo di grillismo e snobismo), ma potrebbe passare alla storia di questa breve ma fastidiosa campagna elettorale come la giornata del tracollo di Monti, che con il passare delle ore ha inanellato una serie tale di passi falsi e dichiarazioni contraddittorie da far pensare ad un disturbo da personalità multipla. Un vero e proprio crollo comunicativo (e probabilmente anche psicologico). Monti è stato il primo, ieri mattina, ad arrendersi a Grillo, che tuonava da Piazza Duomo, a Milano, all'indirizzo dei partiti: "Arrendetevi! Siete circondati!". La logica della resa si percepiva, in realtà, già da pochi giorni dopo la sua "salita" in campo: il premier uscente non è mai apparso convinto di correre per arrivare primo. Le continue allusioni alla possibilità, ritenuta addirittura auspicabile, di un'intesa post-voto con Bersani. I tentativi persino di dettarne le condizioni, ovviamente rispedite al mittente.

Poi gli inviti alla desistenza a favore di Ambrosoli da parte dei suoi candidati in Lombardia. E si sa: chi corre per un buon piazzamento di solito non ottiene nemmeno quello. Secondo le ultime corse clandestine pubblicate da Notapolitica.it, i cui esiti ci giungono da parecchi ippodromi, sarebbero ormai a rischio i tempi necessari a qualificarsi per la Manche de la Chambre e, di conseguenza, anche quelli per qualificarsi alle singole corse regionali per la Manche de le Senat, la più importante. Addirittura, i "sacchi" di Ipson de la Boccon potrebbero non essere sufficienti a Bien Comun per aggiudicarsi il Gran Prix nazionale del 2013. Insomma, ieri mattina Monti tesseva le lodi, ai limiti dell'endorsement, di Bersani: «Credo che possa governare molto bene», «ha le qualità necessarie» per fare il premier, ma va «comprovato». Avete mai sentito un candidato dire di voler "testare" come premier un suo avversario? No? Già, perché le lodi di Monti suonano come una resa al fatto di dover mendicare un ministero nella futura coalizione di governo con il Pd.

Tutti i suoi ragionamenti muovono in direzione della prospettiva di una «grande coalizione», più volte evocata. A tre giorni dal voto, quindi, Monti non sembra un candidato alla premiership, ma ben che gli va ad una "ministership" nel governo Bersani. Effetto stampella. La resa incondizionata, poi, la consegna simbolicamente nelle mani di Grillo, blandendo il comico genovese e i suoi elettori (come da qualche giorno stanno facendo tutti - da Giannino a Bersani - tranne uno: Berlusconi). Difficile governare con Grillo, ma «potrebbe essere un ministro tecnico» (dal momento che non è candidato né alla Camera né al Senato), riesce a dire. E confessa di avere «lo stesso senso di sgomento rispetto alla politica e la stessa rabbia» del comico.

Eggià, chi non lo vede? E comunque è a suo giudizio «fondamentale non snobbare» gli elettori di Grillo, senza i quali «è difficile governare». Nel pomeriggio Monti riprende a sbarellare di brutto: prima accusa Berlusconi di usare «illegalmente» i sondaggi, solo perché dice che secondo lui il "centrino" rischia di non raggiungere le soglie di sbarramento (il bello, e il brutto, di questa legge è che vieta di pubblicare sondaggi ufficiali ma non di fare supposizioni); poi rivela che la «Merkel non vuole il Pd al governo» e infine la chicca: «Se gli italiani votano ancora Berlusconi il problema non è lui, ma gli italiani». A questo punto, visti anche i tempi preoccupanti dai diversi ippodromi, Fan Idole dovrebbe mandare qualcuno dei suoi esperti di gara ad aiutare Ipson de la Boccon, che rischia di rimanere al palo.