I numeri, l’accoglienza ed il pollo di Trilussa

Il fallimento sempre più evidente del multiculturalismo spinge i suoi sostenitori a rinunciare alle teorizzazioni astratte che si sono rivelate fasulle e devastanti e ad aggrapparsi alla logica dei numeri. Logica che dovrebbe essere oggettiva ed asettica, ma che per l’occasione appare identica alla logica della statistica sul pollo di Trilussa, quella che sulla carta assicurava mezzo pollo a testa alla popolazione, mentre la realtà stabiliva che metà popolazione mangiava un pollo sano e l’altra metà un bel nulla.

Questi multiculturalisti propugnatori dell’accoglienza indiscriminata sostengono che in un Paese come il nostro in crisi di natalità e da cui negli ultimi cinque anni si sono allontanati più di centomila italiani all’anno, l’unica speranza di avere un futuro sia rappresentata da un serio investimento sui migranti dei barconi. Se dall’Italia escono in centomila all’anno e ne arrivano duecentomila e se, sostengono, su questi ultimi si investe per insegnare loro la lingua, le leggi e trasformarli in cittadini nella pienezza dei diritti e dei doveri, il saldo tra uscita ed entrata sarebbe attivo ed il futuro del Paese, non più composto solo da vecchi ma innervato dai giovani migranti, diventerebbe attivo.

Come per il pollo di Trilussa, però, i numeri nascondono una realtà del tutto diversa. Perché i giovani italiani che emigrano in altri Paesi non sono i proletari della fine dell’Ottocento e della prima metà del secolo scorso. Sono tutti borghesi medio-alti provvisti di titolo di studio che, non trovando sbocco adeguato nel nostro Paese, sono costretti a cercare lavoro dove possono sperare di conservare (e magari consolidare) lo status sociale di partenza. Su questi giovani le loro famiglie, il ché significa lo Stato, ha già investito in termini di istruzione, sanità, preparazione professionale. Un investimento, però, che risulta perdita secca, senza alcuna possibilità di recupero, visto che produrrà risultati solo all’estero.

Se questa perdita venisse colmata da un’immigrazione di uguale natura, come è avvenuto nel passato soprattutto con i giovani mediorientali che venivano in Italia già formati e che si inserivano senza difficoltà nel ciclo lavorativo (il riferimento è soprattutto ai medici egiziani e palestinesi), la perdita potrebbe essere coperta ed il saldo potrebbe addirittura diventare attivo. Ma i profughi che arrivano in Italia al ritmo di duecentomila l’anno vanno in primo luogo accolti con un procedimento costoso e successivamente inseriti in un processo di inserimento (istruzione, copertura sanitaria, preparazione professionale) che richiede tempo ed investimenti cospicui.

Nel breve e nel medio periodo, quindi, il saldo non può essere assolutamente attivo. Al contrario, alla perdita secca si aggiunge l’investimento a tempi lunghi. Con una spesa che grava sulle casse dello Stato e che se fosse spesa per assicurare il lavoro in patria per i centomila emigranti italiani costerebbe la metà ed assicurerebbe le risorse per un’accoglienza dignitosa e produttiva dei profughi.

C’è, infine, un intoppo aggiuntivo a questo ragionamento basato sui numeri. Quello che nessuno osa tirare in ballo per non subire gli strali della cultura politicamente corretta. La maggior parte dei migranti proletari che vengono in Italia è di religione musulmana e non ha alcuna intenzione di integrarsi in una società che considera alternativa alla propria. Nessuno impone loro abiure. Ma, come insegna l’esperienza inglese e francese, se l’integrazione non avviene con un processo di conversione laica allo stato di diritto occidentale, scatta in ampie frange della comunità islamica un fenomeno di radicalizzazione della propria identità che pone problemi di sicurezza non solo costosi ma, sotto certi aspetti (le periferie islamizzate francesi o inglesi), addirittura irrisolvibili.

Queste considerazioni non sembrano toccare i multiculturalisti, che si aggrappano ai numeri. Ma loro, si sa, sono quelli che il pollo di Trilussa lo mangiano intero!