Caso Lazio: risposta al killeraggio mediatico

Dagospia mi onora di un classico esempio di killeraggio mediatico dedicandomi un articolo in cui vengo accusato di una doppia colpa. Di essere in conflitto d’interessi in quanto contemporaneamente consigliere d’amministrazione della Rai e responsabile della comunicazione della Società Sportiva Lazio. E di aver alimentato un “piagnisteo su una povera Lazio colpita da razzismo incredibilmente confrontato con la Shoah” per aver contestato il linciaggio subito dalla società biancoceleste, dal suo Presidente Claudio Lotito e dall’intera tifoseria laziale in seguito alla vicenda degli adesivi su Anna Frank.

L’attacco personale non mi ha stupito. Ho avuto l’ardire di denunciare che si vuole strumentalizzare il caso per liquidare i conti negli organismi del calcio con l’ingombrante e incontrollabile Lotito. E ho aggiunto che nell’occasione si cerca anche di creare ostacoli alla marcia in ascesa della squadra-rivelazione del campionato. Mi sono permesso, in sostanza, di rilevare che si tenta di sfruttare la tragedia immane della Shoah per modesti e spregevoli interessi di bottega. E ne ho subìto l’immediata conseguenza.

La faccenda non mi spaventa, ma impone un doppio chiarimento da parte mia. Il primo è che non esiste alcun conflitto d’interessi tra il ruolo di consigliere d’amministrazione della Rai e quello di responsabile della comunicazione della S.S. Lazio. Chi lo solleva non sa che il Cda della Rai non ha compiti di gestione ma solo di controllo e di indirizzo. Ignora che non si occupa di trattative sui diritti sportivi che spettano al direttore generale e, soprattutto, non tiene conto che non percepisco alcun compenso per il mio ruolo in Rai. Non esiste una legge che impone a un consigliere di amministrazione dell’azienda radiotelevisiva pubblica di essere non solo non remunerato ma anche disoccupato. Per cui, oltre che restare gratuitamente al settimo piano di viale Mazzini, continuo a svolgere tranquillamente la mia professione di giornalista come responsabile della comunicazione della S.S. Lazio e come direttore responsabile de “L’Opinione”, da sempre schierato per il rispetto dei diritti e delle garanzie dei cittadini contro ogni forma di giustizialismo e di linciaggio mediatico.

Il secondo chiarimento riguarda l’accusa di aver denunciato il razzismo alla rovescia usato ai danni del Presidente Lotito, della società e dell’intera tifoseria laziale. Non si è trattato di un piagnisteo, ma di una legittima risposta al tentativo di criminalizzazione di un’intera comunità accusata di una colpa collettiva a causa della colpa individuale di pochi individui meritevoli di condanna morale e pene adeguate. Capisco che chi mi accusa abbia scarsa dimestichezza con una concezione liberale del diritto e preferisca i processi sommari e la responsabilità oggettiva ai giudizi con le garanzie costituzionali e alla responsabilità personale. Per questo non ho nulla di che giustificarmi e, anzi, rivendico di aver denunciato il razzismo alla rovescia usato ai danni del popolo biancoceleste e comunico che ho la ferma intenzione di continuare a ripetere questa denuncia. Senza lasciarmi intimidire dai killeraggi commissionati da chi (intuisco nomi e cognomi) è stato colto con le mani nella marmellata dell’ipocrisia e delle strumentalizzazioni per piccoli interessi di bottega.