Nordio: mini riforma debole

Per carità, meglio di niente. Anche per la giustizia, settore intercettazioni. Ci mancherebbe altro che buttassimo a mare la cosiddetta politica dei piccoli passi quando, a rigor di logica giustizialista, i passi ampi e ben distesi sono quelli da sempre auspicati e utilizzati (da 25 anni!) dal circo mediatico-giudiziario. Quello che ha affondato e cancellato la Prima Repubblica e che non ha mai smesso di elevarsi a tutore della Seconda senza risparmiarsi negli sforzi, anche tramite intercettazioni, di criminalizzarne il suo simbolo e di eliminare proprio quel Silvio Berlusconi che, pur colpito duramente, sembra oggi ritornato a fare politica, per di più fra applausi e consensi, cominciando dalla Sicilia. E adesso questa mini, molto mini riforma del Governo Gentiloni dopo venti e più anni di polemiche sulla giustizia.

In fondo il buon Paolo Gentiloni è quello che è: un doroteo aggiornato, un moderato alle prese con un Governo coi suoi aculei, un pacioso gestore del possibile o meglio dell’indispensabile. E qualche passettino in avanti a proposito della mala bestia intercettativa che ha condizionato in grandissima misura la politica - in modo particolare un politico come Berlusconi ma anche un nucleo familiare politico come Clemente Mastella e consorte, con relativa caduta di governo - andava comunque fatto. Sia pure, intendiamoci, con un ministro come Orlando che quando accenna, raramente, ai giustizialisti, sembra preso da pause e balbettii preoccupanti.

Preoccupati da chi, se non dai giudici? E un tantinello, diciamocelo almeno inter nos, dai pentastellati che, per bocca di un involontariamente comico Luigi Di Maio, è partito lancia in resta evocando l’ennesimo complotto, frutto del pactum sceleris fra il Cavaliere e Renzi, tramite Gentiloni e Andrea Orlando entrambi ritenuti artefici, con questa stretta telefonica di “aver coronato il sogno di Silvio Berlusconi facendo la riforma delle intercettazioni”.

Sarà anche vero che manca nel Di Maio-pensiero odierno il furore giustizialista consueto; sta di fatto però che ancora una volta il suo, loro, moralismo un tanto al chilo si staglia e ritaglia l’immaginetta col credo e l’arma dell’antigarantismo applicato specialmente agli altri, col sospetto come anticamera della verità e con l’imputazione giudiziaria intesa come sentenza definitiva, da cui gli impresentabili alle elezioni. Alla faccia della Costituzione e del giudizio sovrano del popolo.

Questo stop all’abuso alle intercettazioni arriva, a sentire gli scettici, quando i buoi sono scappati o, per meglio dire, a babbo morto, anche se i commentatori più adesivi - come la colla - alla magistratura militante, cioè a non pochi Pm, non rinunciano a bollarlo come un omaggio al Cavaliere, con un pensierino di regalo a coloro che non possono presentarsi nelle competizioni elettorali e, ovviamente, fra gli odori inestinguibili di mazzette e di mafia, o di entrambi. Chissà che il loro mestiere di sputtanatori in servizio permanente effettivo non sia un po’ trattenuto. Un po’, naturalmente. In realtà, per leggere la migliore definizione di questo alt governativo all’uso e all’abuso delle intercettazioni, basta una vignetta (su Italia Oggi) di un Claudio Cadei in grande forma, col signore che afferma: “Sarà garantito solo lo sputtanamento essenziale”.

Anche fra gli addetti alla giustizia all’italiana i commenti sono pochini, e vale la pena aspettare la voce della difesa che è da sempre (o quasi) la meno ascoltata. Vedremo. Ma il commento più importante e, diciamolo pure, il più autorevole di queste ore è dovuto al giudice Carlo Nordio. Un ex pubblico ministero, tanto per chiarire. Che, sul quotidiano “Il Messaggero”, ha commentato questa decisione del Governo ritenendola né più né meno che una “mini riforma”, nel senso che, volendo, Gentiloni e compagnia bella potevano fare di più.

Nordio, con la chiarezza e l’alta professionalità che lo contraddistingue (e lo contraddistingueva anche prima) ha messo inevidenza ben cinque punti insoddisfacenti delle nuove disposizioni del ministro Orlando, fra cui il più ficcante ci sembra quello che riguarda un’ombra, anzi più che un’ombra, su una maggiore discrezionalità dei giudici. Il che, detto da un ex pubblico ministero, è per così dire una critica non solo o non soltanto al potere tout court, a una sorta di sovranità consentita dai politici di prima alla magistratura, ma anche e soprattutto una constatazione: che sono ancora i politici di oggi a non rendersi pienamente conto del loro ruolo. Di eletti dal popolo. Che è sovrano.