Se il voto di Ostia cambia la politica

Ostia non è l’Italia. Tuttavia, ripensando a cosa sia accaduto lì domenica, capiremo qualcosa di più del nostro Paese. C’è stato il ballottaggio per eleggere il presidente della Decimo Municipio della Capitale. Si parla di una zona di Roma non di un Comune autonomo, sebbene Ostia, per densità abitativa, abbia la dimensione di una città-capoluogo. Alla sfida finale sono giunte due donne: Giuliana Di Pillo per il Movimento Cinque Stelle e Monica Picca per il centrodestra. L’ha spuntata la prima sulla seconda. Quindi, si dovrebbe concludere per la vittoria grillina. Ma a semplificarla così faremmo torto al buon senso. Di Pillo passa ma non vince.

Il vero trionfatore di domenica è stato il terzo incomodo: il partito dell’astensione. Si è recato ai seggi un elettore su tre. Se non è allarme democratico questo facciamo fatica a immaginare cos’altro lo sia. Forse i 4.862 voti racimolati dalla lista di CasaPound al primo turno? Ma siamo seri! Su un totale di 185.661 aventi diritto hanno votato in 62.381. Cioè il 33,60 per cento. Se un dato d’affluenza così basso dovesse replicarsi in altri contesti elettorali il treno della democrazia italiana rischierebbe di deragliare. Neanche la circostanza che a sfidarsi siano state due donne ha stimolato il voto di genere, come era legittimo attendersi. Le elettrici votanti sono state 31.773. In percentuale meno dei colleghi maschi. La vincitrice ha raccolto 35.691 preferenze, 15.914 in più rispetto al primo turno. Segno che c’è stata convergenza sul suo nome di altri partiti o “civici” sconfitti in prima battuta. Presumibilmente forze di sinistra. Ma di questo se ne riparlerà dopo l’analisi dei flussi elettorali. Ciò che conta è che siamo alle briciole. Appena un anno fa la candidata sindaca per i Cinque Stelle, Virginia Raggi, in quella stessa Municipalità al ballottaggio che la vedeva contrapposta a Roberto Giachetti del Partito Democratico, aveva ottenuto 69.869 voti, con una percentuale da record al 76,12. Con i numeri di domenica nessuno, in coscienza, può cantare vittoria.

I riflettori puntati su Ostia in queste due settimane e la brutta storia della testata assestata da Roberto Spada, dell’omonimo clan malavitoso, a un giornalista della Rai, non hanno fatto bene alla coscienza democratica della cittadinanza. Segno che più dell’attenzione mediatica ha fatto aggio la rassegnazione di una comunità che boccia come inadeguata la politica nel suo complesso. L’astensione dal voto non è mai un fattore neutro. Essa assume un peso decisivo nella valutazione sullo stato effettivo delle istituzioni in un determinato contesto. Soprattutto, rileva la percezione della gente comune verso l’operato dei pubblici amministratori. Perciò, il non-voto di Ostia dovrebbe provocare un sussulto nella classe dirigente di questo Paese ben più di quanto possano fare gli scoop giornalistici e le inchieste giudiziarie. Ostia oggi si candida a paradigma e metafora dell’essere periferia, non soltanto nella classificazione urbanistica ma, in generale, nella dimensione esistenziale. Se la cifra della vita nelle aree di contorno che cingono i nuclei delle grandi città resta quella del degrado, del disagio sociale, dell’abbandono, ciò di cui tutta la politica, e non solo questo o quel partito, dovrebbe preoccuparsi è che il contagio della disaffezione all’esercizio del voto, pietra angolare dell’architettura democratica dello Stato, dilaghi infettando le altre realtà residenziali che hanno molti punti di somiglianza con il municipio capitolino.

Oggi, che abbia vinto una dei Cinque Stelle, nella sostanza, conta poco. Non sarebbe cambiato granché se avesse vinto la candidata del centrodestra perché, non bisogna dimenticarlo, si è trattata di un’elezione municipale e non comunale. Come le circoscrizioni di una volta, gli odierni Municipi non hanno autonomia finanziaria e funzionale. Dipendono in tutto e per tutto dalle decisioni prese dal sindaco e dalla giunta comunale. Il risultato avrebbe dovuto servire soltanto per il suo impatto psicologico e mediatico. C’è differenza tra il poter dire: a Roma hanno vinto i Cinque Stelle, e non poterlo dire. In mezzo ci passa la percezione sull’operato della sindaca Raggi che con questo risultato la sfanga per il rotto della cuffia. Una sconfitta della candidata grillina ad Ostia avrebbe anche plasticamente sancito la misura del fallimento dell’amministrazione di Virginia Raggi, che resta nei fatti anche se viene temporaneamente nascosto sotto il tappeto impolverato della piccola “vittoria”.

Le forze politiche ora si trovano di fronte a un bivio insormontabile: possono derubricare l’esito della consultazione di domenica a questione strettamente locale oppure farne l’incipit per una riflessione ad ampio spettro sulle condizioni reali di una porzione significativa di un’umanità dolente. È per questa ragione che, piaccia o no, il futuro della politica italiana oggi passa da Ostia.