Il teatrino delle pensioni

Il tema pensionistico è cosa troppo seria per farne oggetto di scriteriato propagandismo elettorale. La previdenza e l’assistenza in Italia rappresentano un costo gigantesco. Chi lo può negare?

Un paper del Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali, pubblicato agli inizi del 2017, rileva che “la spesa totale (prestazioni derivanti da contribuzione e prestazioni assistenziali derivanti dai trasferimenti della Gias – Gestione degli interventi assistenziali) dei fondi del sistema obbligatorio è risultata nel 2015 pari a 253,9 miliardi di euro, ovvero circa 4,5 miliardi in più rispetto all’anno precedente”. In effetti, è andata meglio che in passato. Nonostante il mordere della crisi sulla curva dell’occupazione, l’impatto della spesa pensionistica sulla voce delle uscite della Pubblica amministrazione, al netto degli interessi passivi, si assesta intorno al 33 per cento del totale.

L’analisi in dettaglio degli andamenti della spesa pensionistica negli ultimi vent’anni mostra un trend in decrescita, sebbene a fasi intermittenti. Ciò vuol dire che, nel bene e nel male, le riforme che si sono succedute nell’arco temporale della Seconda Repubblica hanno funzionato. Al punto da far emergere un aspetto sorprendente: sul fronte del contenimento della spesa pubblica il controllo operato sulle dinamiche d’incremento del capitolo pensionistico è stato più efficace di quello esercitato in altri comparti della Pubblica amministrazione.

Con questo si può concludere che le cose vadano bene così come sono? Certo che no. La legge di riforma “Fornero”, pur di fare cassa, ha creato squilibri che hanno inciso profondamente sulla tenuta della coesione sociale. E un Paese ad economia avanzata, che fonda la propria stabilità su meccaniche efficienti ed eque di redistribuzione della ricchezza prodotta, non può permettersi scelte inappuntabili dal punto di vista ragionieristico ma devastanti sotto l’aspetto della sostanza democratica. Nessuno può dubitare del fatto che oggi un individuo non possa vivere dignitosamente con un emolumento pensionistico inferiore a 1000 euro mensili. Soprattutto se poi quello stesso individuo è chiamato a sostenere il welfare familiare con le sue già ridotte risorse. Pensare quindi a un adeguamento delle prestazioni previdenziali dell’Inps è un dovere etico ancor prima che una scelta politica.

Ma ci sono i saldi di bilancio con i quali fare i conti. Si tratta dell’annosa metafora della coperta stretta: se la si tira da un lato, resta scoperto l’altro. Nel 2015 si è registrato un saldo negativo di 26,5 miliardi di euro tra entrate contributive e spese per prestazioni previdenziali e assistenziali. Un successo se lo si paragona ai “buchi neri” mangiasoldi degli inizi anni Novanta ma un risultato ancora lontano dalle performance dei tempi belli del biennio pre-crisi 2007-2008, quando il saldo ha sfiorato il pareggio. Gli odierni guardiani dei conti per garantire la sostenibilità della spesa pubblica negli anni a venire hanno pensato bene di imboccare la scorciatoia dell’adeguamento dell’età pensionistica all’aspettativa di vita. Si tratta di un metodo sbagliato che rischia di aggravare la tensione sociale. Tenere la persone al lavoro fino allo stremo delle forze è un modo miope e pericoloso di affrontare la questione.

Se i partiti dell’attuale maggioranza insisteranno su questa strada, alle prossime elezioni chi come la Lega propone la cancellazione della “infame” Legge Fornero farà incetta di voti. Come se ne esce? Bisogna essere coraggiosi nel saper prendere decisioni che scontenteranno gli agi di una parte della popolazione. I dati dell’ultimo ventennio ci dicono che il problema sta tutto nella quota pensionistica calcolata con il metodo retributivo. Per riequilibrare il sistema, ridando ossigeno ai ceti disagiati perché a loro volta impieghino la maggiore risorsa disponibile per riattivare il ciclo dei consumi interni, occorre che la politica metta mano allo scardinamento definitivo di quel meccanismo non più sostenibile. Almeno nella parte eccedente gli indefettibili criteri di equità. È vero che a fare muro a difesa delle pensioni erogate alla vecchia maniera c’è la norma costituzionale sull’inviolabilità dei diritti acquisiti.

Tuttavia, se in gioco è l’avvenire democratico del Paese è necessario che una soluzione si trovi, magari operando sulla leva fiscale. Bisogna porre un tetto congruo alle pensioni calcolate con il retributivo, sforato il quale le risorse recuperate possono concorrere alla sostenibilità degli innalzamenti dei minimi previdenziali. E non sarebbe sbagliato prendere in seria considerazione la separazione della spesa previdenziale dalla componente dell’assistenza. Una distinzione potrebbe condurre a una maggiore chiarezza e trasparenza nella gestione del comparto di spesa. Pur riconoscendo che vi sono delle controindicazioni alla proposta, sarebbe giusto non considerarla un tabù. Almeno se ne può discutere.

Comunque, quello che serve è il coraggio dei politici di mantenere le promesse fatte. Ma, come direbbe il Don Abbondio manzoniano: “Il coraggio, uno non se lo può dare”. O ce l’ha e onora gli impegni presi oppure è un quaquaraquà. E di codesta mala stirpe nella politica italiana è da un po’ che ne circola troppa.