Come pattinare sul tetto, senza ringhiera

Un giorno qualsiasi (da quattro o cinque settimane Marco non andava più a Torre Argentina, restava a casa alla Panetteria) mi chiamò al telefono Laura Harth. Appena un saluto, poi mise il cellulare davanti a lui e di colpo io mi trovai davanti il viso di Marco: e lui il mio. Il primo piano di noi due vecchi, segnati da differenti e gravi sofferenze fu - almeno per me - devastante. Capii in quel momento che il mio destino, scritto da sempre, mi stava riservando un altro duro colpo, quello di sopravvivere a Marco, più giovane di me di cinque anni.

Restavo lì a guardarlo, e non sapevo articolare che il suo nome, stupidamente, ripetendo Marco, Marco, Marco... Lui mi disse soltanto: “Laura, vieni presto”. Nei momenti difficili non avevamo bisogno di parole, ci capivamo a sguardi e piccoli accenni di gesti. Come quando tornai dopo una lunga assenza e ci incontrammo nell’androne del piccolo teatro dietro Minerva; non un abbraccio né una parola, solo un lungo sguardo dei suoi occhi limpidi nei miei, e fu tutto chiaro: sia perché me ne ero andata, continuando però puntuale a pagarmi la tessera, e perché ero tornata proprio in quel momento. L’ultima volta l’ho visto alla Panetteria, ed è stato un incontro sereno, allegro. Abbiamo mangiato insieme - c’erano anche Mirella e Deborah - e abbiamo fatto una mattana, noi due vecchi, mentre le due compagne gridavano, terrorizzate dai nostri passi traballanti, perché Marco ha voluto che ci affacciassimo insieme alla finestra per osservare gabbiani e piante sul terrazzo di fronte... e non fu impresa da poco, passare sotto quel trave antico alto da terra la metà di noi. Meno di tre settimane dopo eravamo tutti al Partito a vegliare la sua bara. Lì ho sentito il peso di ciò che Marco ci lasciava, la sua vera eredità: non la radio, l’archivio, la sede, la storia vissuta, ma qualcosa di ben più grave e difficile. Marco ci ha lasciato il compito di costruire un partito nuovo, capace di realizzare la vocazione transnazionale ed il carattere transpartitico che lui aveva intuito, ma non era riuscito a farci capire fino in fondo. Ripeteva spesso che “quando capiscono i Radicali si può esser certi che tutto il resto del mondo ha già capito da un pezzo”, tanto bene conosceva l’individualismo esasperato dei suoi, sempre pronti a rifiutare suggerimenti e pensieri altrui, ancorché autorevoli.

Ho iscritto me e Laura Terni per l’ennesima volta al Partito Radicale durante il Congresso di Rebibbia, la sera prima del voto sulle mozioni, quando ovviamente l’esito del congresso era un’incognita. Rischioso? E perché mai, in ogni caso c’era un debito da sanare: ed era un debito onorevole, pulito, contratto per fare politica e per consentire ad altri di fare politica, con noi o contro di noi. Poi la mozione dei “Tremila iscritti per continuare o si chiude” fu approvata con maggioranza qualificata, cogente: e cominciò l’anno da vivere pericolosamente, sempre sull’orlo del precipizio, con gli occhi spalancati per non mettere mai un piede in fallo, avendo di fronte il solito silenzio degli avversari esterni e la facondia pubblica dei contraddittori interni.

Chiusa in casa, al mio tavolo davanti al computer, col televisore per le notizie esterne, con Radio Radicale e il telefono, ho cominciato la mia personale campagna iscrizioni al Partito Radicale 2017. Dove, rivolgendomi a chi? Persone trovate su Facebook, che leggono la mia bacheca da sette anni consacrata esclusivamente all’informazione politica, e persone i cui commenti rivelano riflessioni ragionate, e poi persone che si dichiarano esasperate o deluse o ferite dalla “politica”... E poi le centinaia di persone contenute nella Rubrica della mia posta elettronica: amici, colleghi, clienti di quarant’anni di onorata professione. Si sono iscritti il mio fisioterapista, l’infermiere che controlla la mia terapia anticoagulante, colui che ha comprato la nuda proprietà di casa mia, il mio notaio, ed ogni altra persona che è venuta in questa mia tana (ribattezzata “Sportello Arconti per le iscrizioni al Partito Radicale”) anche solo per una tazzina di caffè che tutti dicono sia il migliore di Roma.

Radio Radicale mi manda a casa un tecnico con telecamera - quando è possibile il mago Stefano Marrella, altrimenti Armando Giubilei - e per un paio d’ore mi industrio a rispondere alle telefonate degli ascoltatori. Spesso non è facile capire l’interlocutore, la cui voce passa per telefono dalla radio a me, a causa dei disturbi nella linea o nella connessine Internet, e talvolta delle inflessioni dialettali, o della concitazione di chi vuol dire troppe cose in quei quaranta secondi. Mi aiuta un redattore della Radio, che sente meglio di me dal collegamento in cuffia, Massimiliano Coccia o - quando ho fortuna - Andrea De Angelis; chiediamo a chi vuol parlare più a lungo con me di lasciare in regia il numero telefonico a cui potrò richiamarlo, oppure di scrivermi a sportelloarconti@radioradicale.it e sempre ripetiamo come ci si può iscrivere on-line.

È molto faticoso, sì, lo ammetto: a novantadue anni, con la colonna vertebrale schiantata e dolorante, il respiro mozzo da cardiopatica con esiti di antica tubercolosi dei tempi di guerra, si fatica a tenere questi ritmi. Ma il risultato si vede: oggi ho inviato al tesseramento la scheda numero 134. Il mio obiettivo è di 150 iscrizioni, che rappresentano il cinque per cento del comune obiettivo di tremila. Quando raggiungeremo i tremila, vorrò chiedere agli altri 2999 compagni dove sono i “loro” iscritti... una cinquantina di loro può vantare un contributo importante, e io li conosco bene, i compagni che hanno lavorato per portare a casa iscrizioni. Ma gli altri? Se ciascuno portasse con sé un altro iscritto - anche uno solo - saremmo già il doppio. C’è ancora il tempo di farlo, in quest’ultimo mese di dicembre: uno ciascuno, per raddoppiarci subito. Il mio destino mi ha condannata a sopravvivere a Marco, che era più giovane di me. Sarebbe insopportabile, per me, sopravvivere al Partito Radicale. Aiutatemi a far vivere un Partito Radicale costituito da molto più che tremila iscritti! Ognuno di voi che mi leggete può farlo: con qualche telefonata e tanto, tanto “ottimismo della buona volontà”.