La “sentenza” Censis guasta la festa al centrosinistra

Le “considerazioni generali” del 51esimo Rapporto Censis sulla situazione del Paese nel 2017, tracciano un quadro allarmante per il domani dell’Italia. Di chi la colpa? Della politica che ha lavorato a demolire l’immaginario collettivo. Sembrerebbe cosa banale, ma non lo è. La capacità di proiettarsi nel futuro passa anche dal potere dell’immaginazione, che non è cosa immateriale ma estremamente concreta. Perché impatta sugli stili di vita della popolazione, ne condiziona le scelte sui consumi, ne traguarda gli obiettivi comuni. La politica non ha saputo ascoltare la società, non ne ha captato i bisogni profondi e non è stata in grado di produrre sintesi tra le istanze emergenti dagli interstizi del tessuto comunitario. Prima conseguenza di questa incapacità: la rottura del patto generazionale che ha spaccato di fatto il Paese divaricando le aspirazioni dei vecchi sempre più numerosi rispetto a quelle dei giovani in fuga, virtuale o fisica, dalla quotidianità. La mancanza di prospettiva ha prodotto il singolare effetto, riscontrato nel passato solo in corrispondenza di eventi sociali particolarmente negativi, di vedere incollato il futuro al presente. È pur vero che c’è stata, in quest’ultimo decennio, la crisi economica più devastante che l’Occidente abbia mai conosciuto. E ciò spiega la lunga fase di recessione durante la quale il Pil è sostanzialmente ristagnato.

Tuttavia, i ricercatori del Censis rilevano che la reazione della società italiana alla crisi si sia dispiegata lungo linee meridiane implementate da processi a bassa interferenza reciproca. In soldoni, invece del “fare sistema” ha prevalso la logica dell’orticello di casa nel quale ognuno si è rintanato per difendere il proprio particolare. L’effetto che si è prodotto ha riguardato la disarticolazione delle componenti sociali e la disintermediazione nella rappresentanza degli interessi collettivi. E la tanto sbandierata ripresa? Per il Censis c’è ma non può essere considerata il vettore di un nuovo ciclo economico perché si tratta di una crescita che non è fondata su un’effettiva espansione economica. Al più si deve parlare di chiusura del vecchio ciclo, in precedenza messo a rischio dal perdurare della crisi generale. D’altro canto, non si poteva sperare in nulla di diverso dal momento che non c’è stata, a maggior ragione durante il picco della tempesta economico-finanziaria, una chiara politica industriale che intervenisse a selezionare gli obiettivi di crescita sui quali puntare.

Sul fronte della mano pubblica ha prevalso la logica a immediata remunerazione del consenso degli interventi a pioggia e dei bonus rispetto alla strada impervia e meno remunerativa della programmazione nel lungo periodo di grandi riforme in linea con modelli economico-sociali vincenti. Perché i primi più delle seconde rispondono al meglio agli interessi di bottega di una politica miope, che ha il fiato corto degli insulsi “mi piace”, di cui si è nutrito lo scarno orizzonte dei decisori pubblici, convertiti entusiasticamente all’insostenibile leggerezza contenutistica dei “social”, cifra dell’arrembante stagione della verticalizzazione in chiave personalistica della comunicazione mediatica. Azzerate le funzioni che avrebbero dovuto condurre le amministrazioni pubbliche a migliorare i propri standard tecnologici, ritardata la digitalizzazione della macchina burocratica, fallito il riallineamento dei piani operativi nazionali all’agenda europea, la domanda sorge spontanea: dov’è che si pensa di andare così conciati? La crisi ha reso gli italiani più sobri spingendoli a preferire, nei consumi, un’economia low-cost e a condividere maggiormente patrimoni e mezzi mentre le imprese sono state indotte a concentrarsi sulla ripresa di capacità competitiva. Ma tutto ciò non è bastato per ricomporre la matrice costitutiva dello sviluppo sociale.

Anche il rancore sociale che, nel suo aspetto positivo, funziona da accumulatore di tensione, non è riuscito a tradursi in conflitto sociale aperto. Se ciò fosse accaduto, come più in volte in passato, probabilmente oggi si potrebbe scrivere una pagina nuova nella storia del Paese. Non è accaduto nonostante alcuni segnali in tal senso siano stati colti. C’è un gap che va ampliandosi tra l’evoluzione del processo tecnologico, il quale negli ultimi anni ha subito una forte accelerazione, e la capacità del tessuto medio sociale di stargli al passo. La tecnologia non è un fattore neutro nella determinazione delle dinamiche sociali. Non è una novità che essa è diretta responsabile della distruzione di competenze e professionalità tradizionali, e di posti di lavoro, ma anche dell’individuazione e costruzione di nuove opportunità lavorative. Il gap di formazione che si riscontra presso la popolazione media italiana fa sì che dopo la fase distruttiva non si riesca ad agganciare l’offerta alla domanda di nuove competenze, con l’inevitabile conseguenza dell’aumento di forza-lavoro espulsa dai processi produttivi che genera nuove povertà. La questione attiene in particolare ai livelli medi di competenze visto che già da qualche tempo si registra nella componente strutturale del progresso industriale dettato dall’innovazione “la polarizzazione del lavoro, determinata dalla domanda squilibrata verso professioni intellettuali ad alta competenza o verso servizi alla persona a bassa specializzazione professionale”.

Per i ricercatori del Censis, l’unica soluzione percorribile per tirare fuori dai guai la società italiana sta nel puntare tutte le carte sul “binomio tecnologia-territorio: sulla preparazione alla tecnologia con solidi sistemi di formazione e sulla valorizzazione del territorio con adeguate funzioni di rappresentanza politica ed economica”. Quadro onesto e veritiero quello che emerge dal Rapporto, al quale tuttavia sentiamo di aggiungere un’elementare domanda: ma chi c’è stato al Governo del Paese per quasi l’intera durata di questo sciagurato secondo decennio?