Se lo Stato specula sul talento

È vero che noi italiani siamo campioni di pazienza. Accettiamo senza troppe storie ciò che i (pre)potenti ci fanno, soprattutto quando sono al governo. Anche quando si tratta di angherie belle e buone. La conoscete l’ultima? Si fa un gran parlare di valorizzare i giovani talenti, l’ingegno italico; di far crescere la ricchezza del Paese puntando sulla ricerca e l’innovazione. Tutto giusto, ma a chiacchiere. Perché le professionalità emergano e siano in grado di produrre al meglio delle loro possibilità è necessario non solo che abbiano a disposizione gli strumenti operativi più avanzati, che siano inseriti in contesti lavorativi confortevoli e sicuri, ma, cosa fondamentale, che siano pagati bene.

C’è un proverbio che recita: “Senza denari non si cantano messe”. Perché allora si dovrebbe rimettere in piedi il Paese a gratis? Vale per l’imprenditoria privata che, nel complesso, è quasi mai di manica larga nel premiare con compensi stratosferici i ricercatori che operano al suo servizio. Ma ancor più il principio dovrebbe valere nel pubblico, cioè quando il committente è lo Stato. Pensate che avvenga? A riguardo siamo totalmente scettici. Un esempio. Scade oggi la proroga a un bando del ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur - prot. n. 6397 del 30/11/2017) che prevede la manifestazione d’interesse per “l’adesione al curriculum di Educazione Civica Digitale e per il reperimento di materiali didattici da mettere a disposizione di ogni scuola utili ad attività educative inerenti l’educazione ai media, all’informazione e ai data”.

Cosa vuol dire? Che lo Stato chiede a soggetti pubblici e privati di collaborare per offrire alle scuole “un curriculum ragionato sui temi dell’Educazione digitale”. In apparenza sembrerebbe un’iniziativa lodevole, ispirata all’approccio metodologico dell’azione educativa integrata dalla partecipazione attiva di figure esterne alla scuola provenienti dalla società civile, dal mondo delle professioni e dall’impresa.

Il fatto è che il contributo richiesto a coloro che rispondono all’avviso pubblico si sostanzia nell’indicazione dei temi specifici sui quali produrre i singoli interventi e poi – udite, udite – nella “disponibilità a offrire dei contenuti in forma gratuita mediante una licenza che ne assicuri il pieno uso a scopi didattici (Oer) da parte di studenti, docenti e del sistema educativo, in tre possibili modi: a) estraendo o condividendo materiali pre-esistenti di cui si detiene il pieno diritto di riuso; b) producendo contenuti originali ad hoc; c) rendendosi disponibile a collaborare alla produzione di specifici materiali in partenariato con altri soggetti o con il Miur”.

Avete capito bene! Li chiamano “Schoolkit e non è propriamente come ripulire gli armadi di casa regalando i vestiti in disuso ai poveri. Si tratta di creare materiali didattici innovativi perché i nostri ragazzi ne possano usufruire, alla condizione che siano ceduti gratuitamente allo Stato. Siamo alla vessazione in forma legalizzata. La politica fa un gran parlare di sostenere i giovani talenti. E come? Facendoli lavorare gratis? E con quale spirito le migliori risorse umane di cui l’Italia dispone dovrebbero collaborare a rimettere in moto l’economia se c’è uno Stato che pretende di trattarli da dame della carità. Il lavoro, qualsiasi lavoro, non è beneficienza: va pagato. La retribuzione è la misura della sua dignità. Vogliamo sperare che quel dirigente ministeriale che ha firmato il bando pubblico abbia avuto almeno un sussulto di coscienza nel vergare una tale porcata. Glielo chiediamo. Che avrebbe provato lui, da uomo e da padre, se un suo figlio gli avesse detto: “Mi hanno chiesto di lavorare a un progetto creativo dove devo impegnare tutte le mie energie per produrre qualcosa di qualitativamente importante, però non mi pagano”.

Quindi, nessuna meraviglia se i nostri ragazzi fuggono all’estero in cerca di normalità. E nessuna meraviglia se l’Ufficio ministeriale competente ha dovuto prorogare la scadenza dell’avviso pubblico. Segno che non c’è stata ressa nella presentazione delle candidature. Il Miur è un “Monster” dal punto di vista della quantità di risorse umane che ha a libro-paga. Perché allora non impiegare il personale interno per elaborare i materiali didattici occorrenti? Forse che non ci sono le competenze adeguate per gli specifici campi dell’innovazione? O forse gli ostruzionismi corporativi non consentono di chiedere al personale di andare oltre il minimo sindacale? A questo Paese vogliamo bene. Crediamo nel valore alto e irrinunciabile dell’essere nazione. Rispettiamo lo Stato e le leggi perché solo il rispetto delle regole può assicurare l’ordinato svolgimento della vita comunitaria tenendoci al riparo dal caos. Ma ci sono volte in cui il sopruso della mano pubblica fa venire voglia di brandire la clava. L’iniziativa del Miur di spremere senza contropartita il prossimo è una di quelle.