I perché no di Grillo e Salvini

Non è per puro divertimento che, a volte, tocca osservare con qualche attenzione i sondaggi, e non solo quelli. A proposito di Matteo Salvini, ovvero della Lega, sta aumentando il distacco con Silvio Berlusconi. I sondaggi da un paio di settimane segnalano sia una netta ripresa del Cavaliere sia una fermata della crescita leghista a conduzione salviniana che, per l’appunto, va indietro. E i perché sono diversi. Innanzitutto il definitivo abbandono da parte di Salvini dell’opzione più o meno separatista della Padania, con un vero e proprio accostamento politico al neonazionalismo altresì detto sovranismo che, nell’accezione salviniana, significa un interessamento al Meridione italico, a quelli chiamati un tempo i “terroni”. Tant’è vero che un parte consistente dei leghisti che votano è di quella origine, a parte il fatto di non sottovalutare che il segretario della Lega è interessato ad imbarcare notabili et similia mentre è già acquisita l’adesione della destra sociale d’antan di Storace-Alemanno nella prospettiva di una specie di nazionalizzazione della Lega un tempo secessionista. Del resto l’iperattivismo salviniano è funzionale alla sempre esplicitamente dichiarata conquista di Palazzo Chigi per sé; il che non sembra preoccupare, per ora si capisce, il più naturale candidato del centrodestra, cioè Berlusconi, essendo Giorgia Meloni fuori corsa per sua scelta. In realtà qualche preoccupazione anche la Meloni non può non nutrire per la nuova concorrenza di un Salvini il cui sovranismo non può non guardare a destra.

Una Lega di governo, dunque, che anche di una Ue sempre considerata ostile è ora una prudente compagna di viaggio, altrimenti si auto-cancellano le ambizioni chigiane. Il che, semmai, potrebbe costituire una concorrenza con Berlusconi, intanto con le presenze sempre più intense in televisione. L’abbandono del leggendario Alberto da Giussano è cosa fatta, insieme alla nazionalizzazione di quel Carroccio che per non pochi italiani del Sud rappresentava una minaccia storica, mentre oggi, almeno nelle speranze di Salvini, un’opportunità. Chi vivrà vedrà, come si dice. Di certo, sempre nei sondaggi oltre che negli entusiasmi del suo popolo, un risorto Cavaliere può così puntare a un traguardo che a molti sembrava di pura fantasia, del leggendario 30 per cento cui, del resto, si contrappone un 20 per cento per uno speranzoso Salvini: già, la speranza è l’ultima a morire...

E per il Movimento 5 Stelle, come butta? C’è un segnale riscontrato dal sondaggio di “La7” che denota un infinitesimo di rallentamento con quel segno meno dopo mesi e mesi di segno più. Lieve, lievissimo, questo meno viene comunque guardato con un sospiro di sollievo dal Partito Democratico a conduzione renziana, che non riesce a nascondere le preoccupazioni elettorali anche alla luce di una scissione che sottrae sempre voti alla casa madre e che non soltanto ha aumentato il numero di partiti nuovi alla sua sinistra - l’ultimo quello di un Pietro Grasso cui il compagno tipo della gauche italiana guarda ammirato per le cosiddette affinità elettive sia giudiziarie che giustizialiste - ma ha messo e metterà i bastoni fra le ruote ai disegni di governo e di alleanze di Matteo Renzi per il quale, come per Salvini, la speranza è l’ultima a morire.

Al di là del leggerissimo calo da sondaggio dei pentastellati, si è verificato un altro sintomo su cui gli sguardi mediatici sono sembrati un po’ distratti, ovverosia il comizio andato praticamente deserto qualche giorno fa. Indetto in piazza Montecitorio come comizio di apertura della campagna elettorale del movimento di Grillo e Casaleggio junior, era atteso come una prova per dir così popolare dell’antipolitica. L’imbarazzo dei pentastellati organizzatori è stato ben mascherato dalle solite ragioni, non poco astratte peraltro ché il vuoto del popolo non presente era tutto fuorché un’astrazione. E c’è chi dice che per quelli che gridano il loro “vaffa” a politica e politicanti un comizio non serve, anzi.

Eppure, un segnale piccolo piccolo come quello di un sondaggio non sarà molto, ma è già qualcosa. Al di là delle stramberie del giovane Luigi Di Maio che esige il riposo festivo erga omnes.