Il problema del Pd si chiama Boschi

Maria Elena Boschi, messa alle corde dalla testimonianza resa da Giuseppe Vegas, presidente della Consob al suo ultimo giorno di mandato, innanzi alla Commissione parlamentare d’indagine sulle banche, è passata al contrattacco. L’esponente del Partito Democratico non ci sta a finire sulla graticola. Non si sente in colpa per ciò che è successo con il caso Etruria nel quale, giova ricordarlo, è coinvolto suo padre Pier Luigi. La sottosegretaria alla presidenza del Consiglio del Governo Gentiloni va in televisione a raccontare la sua verità dopo che la mattina Giuseppe Vegas l’aveva smentita circa i suoi interessamenti alle sorti di Banca Etruria, nella primavera del 2014. I due ne avrebbero discusso più volte e l’onorevole Boschi, all’epoca ministro per le Riforme e per i rapporti con il Parlamento del Governo Renzi, avrebbe confidato all’interlocutore le sue preoccupazioni in ordine all’ipotesi che circolava di una cessione della banca aretina alla Popolare di Vicenza. Tale interessamento, per la Boschi, non costituirebbe indebita pressione o favoritismo personale. Chi contesta tale linea di difesa, reclamando le sue immediate dimissioni dall’incarico di governo, eccepisce che già il solo fatto di aver chiesto e ottenuto un’interlocuzione dal vertice di nomina governativa di un organo indipendente di controllo delle attività di Borsa configuri un comportamento inopportuno per un esponente di governo diverso dal ministro dell’Economia. Ma Vegas non sarebbe l’unica persona con cui la Boschi ha parlato di Banca Etruria. Ancora si attende, dall’audizione in commissione dell’ex A.d. di Unicredit Federico Ghizzoni, la conferma di quanto scritto da Ferruccio De Bortoli a proposito della richiesta rivolta dal ministro al capo di Unicredit di valutare l’acquisto dell’agonica banca aretina di cui il suo babbo era vicepresidente. A discolpa, l’esponente piddina reca i risultati delle presunte pressioni esercitate: si sarebbero rivelate inefficaci. Tuttavia, la difesa non regge. Il fatto che i suoi tentativi siano andati a vuoto non l’assolve dalla responsabilità di averci provato.

Maria Elena Boschi, da ministro delle Riforme, non aveva alcun titolo di legittimità a dialogare con le istituzioni bancarie sull’argomento. Tanto più che, come confermano le testimonianze raccolte, l’interessamento non si estendeva alla generalità delle problematiche che affliggono il settore del credito, ma l’attenzione era focalizzata su un solo caso: Banca Etruria. Comunque sia, la signora Boschi può stare tranquilla che alcun danno le verrà dal fronte giudiziario. Non ha commesso reati. Il problema, invece, è politico. All’interno del suo partito c’è chi la considera una palla al piede per la già claudicante posizione del Pd nel gradimento degli italiani. Lo scandalo della banche che hanno truffato migliaia di risparmiatori ha lasciato il segno. C’è tanta gente che è finita sul lastrico a causa del comportamento criminale di coloro che avrebbero dovuto tutelare i denari dei clienti. Così non è stato e la gente è arrabbiata. E con qualcuno vorrà pur prendersela visto che le istituzioni, sul risarcimento ai truffati, stanno giocando al rimpiattino.

Maria Elena Boschi fa di tutto per essere il bersaglio perfetto. Dire che non si hanno responsabilità, che non si è fatto niente di sbagliato, che si ha sempre e comunque ragione, non aiuta a essere creduti dall’opinione pubblica o a inculcare nelle persone sentimenti più clementi verso i politici. Buttarla poi in caciara, come ha fatto lei nell’intervista-difesa di ieri l’altro, è sconcertante. A proposito di Vegas, la signora Boschi ha riferito di un appuntamento che il presidente della Consob le avrebbe fissato a casa sua, alle otto di mattina del 29 maggio 2014. Lei si sarebbe sottratta indicando il ministero o la stessa Consob come luoghi più appropriati per l’incontro. Cosa ha voluto insinuare? Che Vegas provasse a fare il cascamorto? Siamo alle molestie sessuali? Va bene che la politica odierna non conosce regole, ma rappresentare l’“ecclesiastico” Vegas alla stregua di un Harvey Weinstein all’italiana, è una mascalzonata. Come patetico è stato il tentativo di tirare fuori la storia degli uomini che odiano le donne riferita alla sua vicenda personale. In linea di principio, la Boschi non ha torto quando afferma che se al suo posto vi fosse stato un uomo questi avrebbe ricevuto un trattamento diverso. Ma nel senso opposto a quello che intende lei. Un collega maschio sarebbe stato accompagnato fuori della porta della politica a pedate. Invece, a lei, giovane e di bell’aspetto, hanno assicurato quel trattamento di riguardo che ad altri suoi colleghi finiti nei pasticci è stato cinicamente negato.

Oggi Maria Elena si aggrappa alla poltrona e non molla pur nella piena consapevolezza che la sua cocciutaggine porterà gran danno nelle urne al Partito Democratico. L’unico che potrebbe costringerla a un passo indietro è Matteo Renzi. Ma lui neanche ci prova. Anzi, la difende a spada tratta. Perché? Cosa sa Maria Elena di Matteo di tanto inconfessabile da consentirle di tenerlo per la collottola? Ci piacerebbe scoprirlo.