Renzi: dalla Playstation a Wargames

Matteo Renzi è finito in un vicolo cieco. E ne è consapevole. Basta leggere l’ultima intervista al Corriere della Sera. Il Partito Democratico vive un problema di calo di consenso che non può essere negato. Lui ha la spiegazione: il Pd paga il prezzo della responsabilità del sostegno al Governo. Come a dire: “Tutti gli altri possono permettersi il lusso di sparare sciocchezze a raffica mentre a noi compete l’obbligo di dire che tutto ciò il Governo Gentiloni ha fatto è stata cosa e buona e giusta, perché è derivata dalla spinta che il Governo precedente, da me guidato, ha impresso all’azione riformatrice grazie alla quale il Paese sta raccogliendo i primi frutti”. Peccato che a vederli, quei frutti, siano davvero in pochi. Da qui la sfiducia degli elettori in una riedizione renziana a Palazzo Chigi.

Dalla sconfitta al referendum costituzionale dello scorso anno la parabola dell’enfant prodige di Rignano sull’Arno non ha smesso di tramontare. Il diretto interessato ne è stato da subito cosciente. Perciò, aveva messo nel conto di affrettare il confronto elettorale con un voto anticipato prima che la posizione del suo partito peggiorasse. Se fosse stato per Renzi si sarebbe dovuto votare a giugno scorso, prima di rimediare una disfatta alle amministrative. Al massimo in settembre, per evitare il disastro annunciato delle regionali siciliane il 5 novembre. Ma i suoi, pensando che in fondo sarebbe stato meglio l’uovo Gentiloni quotidiano piuttosto che la futuristica gallina renziana del domani, non gli hanno dato ascolto. Nessuna sorpresa quindi che i sondaggi diano il Pd in costante trend negativo. Tuttavia, l’analisi della caduta di consenso che Renzi propone presenta un aspetto interessante. Essa è rivolta alle dinamiche conflittuali che si sono innescate all’interno del suo partito nell’ultimo anno. Nel contempo, è negato anche il minimo rilievo all’operazione scissionista condotta in porto dagli ex, Pier Luigi Bersani e Massimo D’Alema, che sta drenando risorse e simpatie al Partito Democratico. Renzi neanche li considera nella disamina sulle criticità del centrosinistra.

Perché? Probabilmente, nella sua visione di futuro, i transfughi non hanno diritto di cittadinanza. Di là dall’astio personale, la scelta ad excludendum stabilita dal leader piddino è, dal punto di vista tattico, uguale e contraria a quella perseguita dai suoi avversari a sinistra. Se D’Alema & company puntano alla sconfitta elettorale del Pd per lanciare un’Opa ostile sul “Nazareno” nella fase cruciale del dopo-voto, altrettanto, ma a parti rovesciate, pensa di fare Matteo Renzi. Richiamando a sé il cosiddetto voto utile, formalmente motivato per impedire la vittoria del centrodestra o del Movimento Cinque Stelle, il segretario piddino punta a silurare la nuova compagine capitanata da Pietro Grasso rendendola irrilevante nei giochi che inevitabilmente si apriranno all’indomani del voto, qualora il responso delle urne non avrà dato alcuna maggioranza certa. Con queste premesse, la battaglia che si combatterà a sinistra sarà nei collegi dell’uninominale. Se la lista di “Liberi e Uguali” sarà in grado di pregiudicare l’elezione di candidati della mini-coalizione di centrosinistra a guida Pd nei collegi valutati “sicuri”, la guerra di Renzi sarà irrimediabilmente perduta.

Se, viceversa, al Pd, nelle roccaforti “rosse” della Toscana e dell’Emilia-Romagna, riuscirà d’impedire che quelli di “Liberi e Uguali” conseguano seggi nell’uninominale, Bersani e soci potranno dire addio al sogno di riprendersi il partito dalle mani dei “rottamatori”. Massimo D’Alema che, nelle ultime ore, ha ritrovato il gusto per le interviste, ha fatto sapere alle “quinte colonne” attive nel Pd che il “D-day” non è lontano per cui bisogna attrezzarsi. Sentire D’Alema è come ascoltare i messaggi in codice che ogni sera, durante la Seconda guerra mondiale, Radio Londra inviava ai partigiani combattenti contro le truppe dell’Asse. L’ultimo di questi messaggi in ordine di tempo riguarda il suo possibile sbarco, da candidato, in un collegio del Salento, in Puglia. Il destinatario potrebbe essere il sub-comandante Emiliano (Michele, non Zapata), capo spirituale dei “guerriglieri dello Sperone d’Italia” nella lotta antigovernativa del “No-Tap”. Se, per contrastare il ritorno del “Líder Máximo”, Renzi pensa di schierare un pezzo dell’artiglieria pesante del calibro del viceministro dello Sviluppo Economico, Teresa Bellanova, è possibile, se non scontato, che l’Alto comando di “Liberi e Uguali”, che in Puglia ha sul campo il generalissimo Nichi Vendola, prenderà contatti con la “Resistenza” interna al Pd per pianificare azioni di sabotaggio in danno dei candidati filorenziani. E della Bellanova in particolare. Allora sarà tutta una corsa a togliersi voti a vicenda, un sovrapporsi di galoppini di partito che andranno in giro, casa per casa, ripetendo il seguente ordine di scuderia: “Se non votate il nostro, non votate neanche l’altro”.

A sinistra, tra Pd e “Liberi e Uguali”, si giocherà, il giorno delle elezioni, un bizzarro tressette a perdere. L’esito di questa guerra dei bottoni sarà uguale a quello del film Wargames in cui la “macchina” Joshua, simulate tutte le opzioni nella guerra termonucleare globale, conclude con un definitivo: “Vincitore: nessuno”.