“Noi con l’Italia”: il centrodestra va a quattro gambe

La fecondazione in vitro è da anni una tecnica per la procreazione, ampiamente accettata dalla scienza medica. Con essa sono nati migliaia di bambini. Se ha funzionato con gli esseri umani perché non sperimentarla con i partiti?

Dopo mesi di gestazione tempestosi e pieni d’incognite, è nato “Noi con l’Italia”, il movimento che raccoglie i rappresentanti delle correnti liberali, conservatrici, popolari che hanno attraversato in svariate direzioni e con alterne fortune la legislatura che sta per concludersi. I padri-donatori sono sei: Raffaele Fitto di “Direzione Italia”, Enrico Costa e Maurizio Lupi provenienti da Alternativa Popolare già Ncd, Flavio Tosi ex sindaco di Verona, ex leghista, insomma: ex, Saverio Romano ispiratore di “Cantiere Popolare” con solide frequentazioni verdiniane ed Enrico Zanetti, di quel che resta di Scelta Civica.

A descriverlo così sembrerebbe più somigliante a una scialuppa di naufraghi che a un partito politico di fresco conio. Dopo mesi di martellante insistenza del duo Salvini-Meloni nel lanciare l’allarme sui rischi di un ritorno in massa dei transfughi, qualche dubbio viene. Ciò che più spaventa l’elettore del centrodestra è di ritrovarsi nei collegi dell’uninominale personaggi non proprio cristallini in fatto di coerenza che, il giorno dopo del voto, col pretesto del bene dell’Italia sarebbero pronti a rifare il salto della quaglia, tornando da dove sono venuti. E allora il popolo della destra si ritroverebbe a vivere come in uno spaventoso incubo il replay del 2013: i propri voti usurpati dai voltagabbana per sostenere governi di sinistra. Cosa assicura che non accadrà di nuovo? Andare dal notaio, come vorrebbe fare Matteo Salvini, non serve. Fin quando sarà in vigore la norma costituzionale che assicura ai parlamentari libertà dai vincoli di mandato, ogni impegno preso prima varrà al pari di qualsiasi promessa scritta sull’acqua. Ciò che può fare la differenza è soltanto il profilo personale dei dirigenti della nuova formazione.

Ora, se per cinque dei sei fondatori c’è un oggettivo handicap, riguardo alla coerenza, almeno per uno solo di loro il problema non sussiste. Si tratta di Raffaele Fitto che non a caso è stato chiamato a presiedere il nuovo partito. Se è vero che anche per lui vale il discorso di aver abbandonato Silvio Berlusconi è pur vero che il giovane politico pugliese lo ha fatto per mantenere la parola data agli elettori di non abbandonarsi all’inciucio con il Pd di Matteo Renzi. La rottura con Forza Italia avvenne proprio in occasione della stagione del Nazareno. Fitto non volle obbedire all’ordine del partito che in quel momento era impegnato a sostenere la riforma costituzionale scritta da Matteo Renzi e per questo se ne andò o, secondo alcuni ben informati, fu messo alla porta. Negli anni della lontananza da Arcore, però, Raffaele Fitto non ha brigato per ritagliarsi un posto al sole, ma con uno sparuto gruppo di temerari si è inventato una cosa unica nel suo genere in Italia: ha creato il partito conservatore. Ha fatto battaglie di destra e sempre dalla stessa parte: all’opposizione del centrosinistra. E questo gli va riconosciuto. Dietro l’innocua maschera del ragazzo di provincia, ha celato un’indole testarda. Con pazienza certosina ai limiti dello snervante ha lavorato a costruire una capillare rete territoriale di contatti con i dimenticati dal centrodestra, in fuga dall’esperienza del “Popolo della Libertà”. Dal Friuli Venezia-Giulia alla Puglia, passando per la Sardegna e il Molise. Per queste ragioni solo Fitto e non altri ha le carte in regola per giocare con i partner del centrodestra la partita da “quarta gamba”.

Non sarà comunque impresa facile perché dovrà metterci la faccia e dare lui rassicurazioni agli altri contraenti il patto di coalizione sull’affidabilità della nuova formazione. È lui che dovrà garantire che i suoi non faranno scherzi, una volta eletti. E sempre lui dovrà spiegare agli elettori che l’idea iniziale di dare vita a un partito conservatore orgogliosamente radicato a destra non sia finita indecorosamente in un frutto misto centrista nel quale c’è di tutto e il suo contrario. Un po’ liberali ma anche popolari, un po’ moderati ma anche oltranzisti, un po’ conservatori ma anche progressisti, un po’ futuristi ma anche tradizionalisti, un po’ laici ma anche clericali. Non sarebbe questa la novità che l’elettorato della destra non radicalizzata si aspetta. Non resta molto tempo al giorno del voto per cui Fitto, insieme al neo-coordinatore Maurizio Lupi che, per paradosso, si è impegnato con il centrodestra pur avendo ancora un piede nel centrosinistra, dovrà lavorare a costruire un profilo politico credibile per il nuovo partito. Il suo alter ego in “Direzione Italia” e mente pensante del conservatorismo italiano, Daniele Capezzone, ha promesso che ce la metterà tutta per tirare fuori una proposta choc che convinca gli italiani di quanto sia necessario dare fiducia a questo nuovo soggetto politico. Staremo a vedere.

La sfida non è agevole ma Raffaele Fitto ha un’opportunità formidabile di fare il colpaccio, magari sfruttando un clamoroso errore di strategia di Giorgia Meloni, la quale ha puntato le sue carte nel blindarsi all’interno di un partito-monade. Se “Noi con l’Italia” riuscisse ad ampliare la rete di adesioni che “Direzione Italia” porta in dote potrebbe ragionevolmente contendere a Fratelli d’Italia la palma della “terza gamba” del centrodestra. Il che avrebbe enormi conseguenze nel determinare il punto baricentrico sul quale far ruotare l’intera coalizione. Alla fine della fiera, tutto si riduce al solito umano dilemma: mettere su un teatrino per assicurarsi uno strapuntino nei sacri palazzi del potere o impegnarsi a costruire qualcosa di grande e duraturo? Caro Fitto, non si affanni a rispondere. Si goda pure la pausa natalizia. Ne riparleremo col nuovo anno.